Venuta una vedova povera, gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora Gesú, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mc 12,38-44)
La vedova ha dato del suo necessario, a differenza dei ricchi, che danno qualcosa della loro potenza e dei loro privilegi con ostentata e pomposa ricerca della propria gloria. Il gesto furtivo con cui la vedova getta in silenzio i suoi due spiccioli è un gesto di preghiera, di fede e di amore. L’obolo è insignificante, ma il dono è totale; tanto più grande quanto meno si ostenta, e anzi cerca di nascondersi. Gesù, che ha ammirato il gesto e l’ha lodato, non misura gli atti umani col nostro metro che si ferma alle apparenze.
Egli non misura in cifre quello che doniamo; lo misura in amore, lo valuta secondo il metro dei valori interiori della persona; egli arriva al cuore.
Donare così, come la vedova, è donare come fa Dio, il quale non ci dona della sua abbondanza, non ci dona di quello che ha, ma di quello che è: la sua stessa vita divina. Gesù povero e servitore degli uomini non è una parentesi nella vita di Dio, ma la manifestazione della condizione stessa di Dio. Egli non è un ricco venuto a visitare, da turista, la terra sottosviluppata dell’umanità; egli è il nostro fratello che è diventato povero e schiavo, per arricchire della sua ricchezza la nostra povertà.
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto.
E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, Leggi il seguito di questo post »
Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?»
Il cieco che rappresenta l’uomo sulla via della fede, non vede Gesù; intuisce soltanto la presenza del Signore negli avvenimenti (v. 47a), ma esprime già la sua fede rimettendosi alla iniziativa salvifica di Dio (v. 47b). Questa apertura a Dio è subito contestata dal mondo che lo circonda (v. 48a) ed è necessario tutto il coraggio per mantenere il proposito di apertura all’uomo-Dio (v. 48b).
Il candidato alla fede si sente così oggetto della attenzione di alcuni che gli rivelano la chiamata di Dio, lo incoraggiano e lo invitano a convertirsi («alzarsi» o risuscitare, e «gettare via il mantello» o spogliarsi del vecchio uomo: vv. 49 e 50). Allora si intreccia il dialogo finale: «Che vuoi?…» (v. 51). Si tratta dell’impegno definitivo, presentato sotto forma di domanda e di risposta, per mettere bene in risalto la libertà totale delle due parti che contraggono l’alleanza.
Infine, la vista è restituita al cieco come una visione della fede (vv. 51-52) che impegna immediatamente.
NEWS!!! La beatificazione il prossimo 31 ottobre, presente il Card. Sodano, nella Basilica di Esztergom alle 10:30!!! *******************************
Molti di noi sanno che quando i comunisti presero il potere in Ungheria, arrestarono il Primate d’Ungheria il Card. Mindszenty József. Ma forse pochi sanno invece cosa accadde in Curia, a Esztergom.
Mons. Drahos János era stato indicato da Pio XII come futuro Vescovo, ma non lo saprá mai, su questa terra. Dopo l’arresto del Cardinale, la “Sicurezza Nazionale”, tra gli altri, lo uccise a colpi di pistola. La nomina del Papa fu tre giorni prima della sua morte.
Il Cardinale aveva dei vescovi ausiliari; essendo impedito nell’esercizio delle sue funzioni, pur rimanendone il titolare, come stabilito dal Diritto Canonico passó l’Amministrazione ai suoi collaboratori.
Il vescovo Meszlényi Zoltán Lajos (1892-1951) diventó il Vicario Primaziale (Vicario perché il Primate era ancora vivo). Al momento dell’insediamento giuró “Mai abbandoneró Cristo Pastore fedele e la nostra Chiesa. E che il Signore mi aiuti“.
Penso che il Signore lo aiutó; dopo neanche due settimane dall’omicidio di Drahos, la polizia comunista tornó nel palazzo primaziale ed il 4 luglio 1950 lo arrestó e portó in un campo di concentramento.
Lí, a seguito delle ripetute torture, rese l’anima al Creatore il 4 marzo 1951.
La data della Beatificazione verrá comunicata dalla S.Sede, che il 3/7/09 ha chiuso positivamente il processo canonico di riconoscimento delle virtú eroiche e del martirio per la fede di S.E. Meszlény Zoltán, Vescovo.
“Il sangue dei martiri é il seme di nuovi cristiani”, diceva Tertulliano. Preghiamo il Signore perché l’esempio di questi testimoni della fede ci risvegli dall’apatía spirituale.
A SanRemo, gridando “Allah é grande”, un tunisino di 20 anni (giá arrestato, poi espulso, poi rientrato, poi arrestato per spaccio e detenzione di droga, ma rimesso in libertá) ha aggredito a bottigliate un frate cappuccino di 76 anni, padre Riccardo, che ora rischia un occhio.
Ha continuato a prenderlo a calci anche mentre giaceva per terra.
Motivo: il fratre non gli ha dato l’elemosina
É la seconda aggressione ai danni dei cappuccini di Sanremo.
La lettura evangelica di questa domenica – la collocazione in casa, in un colloquio privato – è un espediente letterario dell’evangelista per indicare che queste parole di Gesù sono particolarmente indirizzate alla sua comunità: potremmo parlare di un «abbozzo di regola comunitaria».
«Maestro, abbiamo un tale, che non era dei nostri, che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito». Dietro questa rimostranza di Giovanni traspare quell’egoismo di gruppo (non infrequente, purtroppo), che spesso si maschera di fede ma che in realtà è una delle sue più profonde smentite. Ci sono i discepoli che mal sopportano che lo Spirito soffi dove vuole: ne sono gelosi e si sentono traditi nella loro funzione di testimoni e rappresentanti del Cristo. Vorrebbero che la potenza di Dio passasse solo attraverso le loro mani.
Ragionano suppergiù in questi termini: non dovrebbe la potenza di Cristo essere solo nelle nostre mani, così che appaia con chiarezza che noi, noi soli ne siamo i portatori?
Gli autentici amici di Dio godono della liberalità dello Spirito e riconoscono le sue manifestazioni, dovunque avvengano: riconoscono il bene dovunque venga fatto, e ne godono. Leggi il seguito di questo post »
La tentazione di separare la fede in Gesù dalla Croce
Il brano evangelico di questa domenica è al centro dell’intero racconto di Marco (conclude la prima parte del Vangelo e apre la seconda) ed è importante per più di un motivo. Gesù stesso pone esplicitamente l’interrogativo (Mc 8,27) che secondo l’evangelista ogni lettore è a questo punto obbligato a porsi: «Chi dicono che io sia?». La risposta della gente non afferra la novità di Gesù e lo allinea con gli altri profeti. La risposta di Pietro è precisa e riconosce con chiarezza la messianicità di Gesù. Un punto di arrivo, dunque, E tuttavia c’è un altro passo da compiere. Dire che Gesù è Messia è esatto ma incompleto: c’è sempre il pericolo di pensare la sua messianicità secondo il pensiero degli uomini. È la via della Croce che completa il discorso, chiarificandolo. Quando Pietro gli dice: «Tu sei il Cristo», Gesù sente il bisogno di precisare: «Sono il Figlio dell’uomo che deve molto soffrire».
Nella prima parte del nostro passo Pietro assolve un compito positivo: è il portaparola dei discepoli ed esprime a nome del gruppo la sua fede in Gesù. Nella seconda parte assume un ruolo negativo: tenta di allontanare Gesù dalla via della Croce. Il discepolo è pronto a riconoscere la messianicità di Gesù ma non ne condivide la direzione. Leggi il seguito di questo post »
Per comprendere il Vangelo di questa domenica (Mc 7,31-37) è anzitutto necessario osservare per esempio l’annotazione geografica che introduce l’episodio: Gesù si trova nel territorio della Decapoli, cioè in una regione pagana. Il racconto acquista in tal modo il significato di universalità. Il miracolo è in favore di una persona che, secondo la concezione del tempo, avrebbe dovuto essere esclusa dalla salvezza, o per lo meno avrebbe dovuto essere raggiunta in un secondo momento: prima gli ebrei, poi i pagani. L’evangelista ci fa comprendere che il «prima» e il «poi» appartengono alla grettezza dell’uomo, non all’amore di Dio.
Lo sguardo rivolto al cielo – lo stesso gesto che Gesù ha compiuto alla moltiplicazione dei pani (6,41) – indica la preghiera. Alle volte Gesù compie i miracoli con l’autorità della sua Parola, per così dire a nome proprio, dimostrando in tal modo di non essere semplicemente un profeta di Dio, ma Dio egli stesso. Alle volte invece, come nel nostro caso, Gesù ricorre alla preghiera, per insegnarci che la salvezza è un puro dono della grazia di Dio: un dono da chiedere, non da pretendere. Leggi il seguito di questo post »
Probabilmente molti di voi hanno sentito giá parlare della Piramide di Maslow. Alcuni psicologi giá da molti anni dicono che la nostra ricerca di felicitá o autorealizzazione si evolve in diversi stadi:
La prima, e la più basilare felicitá, è il desiderio (soddisfatto) per il cibo, per la salute, per la riproduzione. Questi sono desideri fisiologici necessari per la nostra sopravvivenza;
Il secondo stadio è l’aspirazione per la sicurezza ed il benessere. In questo stadio molti pensano che i soldi garantiscano la sopravvivenza ed una buona qualità di vita; molte persone si fermano qui. Hanno un po’ di soldi in tasca, una famiglia, un lavoro, riescono ad andare in vacanze due settimane l’anno: quindi sono felici. Cosa vuoi di piú?
Poi appare il bisogno di appartenenza: non vivo da solo, ma in un branco. Tengo a quella squadra, vivo in questa societá, ecc…
Per alcuni segue il bisogno di stima, la brama di onore e potere. Qui ci piace controllare gli altri, come anche noi stessi, ci piace essere serviti e riveriti, essere chiamati Dottore, Cavaliere o con altro titolo, sedere ai posti piú importanti ed essere “qualcuno”;
Solo chi non si ferma ai livelli inferiori arriva al livello piú alto, dove troviamo l’autorealizzazione, il desiderio della conoscenza. Cerchiamo il modo per essere “veramente” felici.
Il cristiano va al di lá della stima, del cibo, dei soldi e comprende che la sua vita si apre a una diversa realizzazione, piú profonda, piú piena, quando si apre al Mistero di un Dio creatore che ci ama e che ci ha salvati, tramite il sacrificio di suo Figlio.
Da questo “desiderio di spiritualitá” si apre un cammino, una ricerca, un confronto. Forse percepiamo che questa dimensione ci dará una gioia piú profonda e piú duratura. Sentiamo il profumo dell’Acqua Viva, del Pane del Cielo.
Giovedí prossimo 3 settembre, alle 19:45 ci incontreremo per programmare l’anno. A che livello vogliamo metterci nella nostra piramide?
Forza! anche il prossimo anno sia un momento di ricerca della gioia dell’incontro con Cristo Risorto, nella Parola di Dio e con la Comunitá che celebra l’Eucarestia!
Nel lungo racconto di Marco (7,1-23) Gesù si rivolge a diversi interlocutori: dapprima Gesù e i farisei, poi Gesù e la folla, infine Gesù e i discepoli. Questo mutamento di interlocutori vuole significare che le parole di Gesù non sono soltanto una risposta alla domanda degli scribi («Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?»), ma anche un insegnamento per chiunque, in particolare per la comunità cristiana. Anzi, se si guarda ancor meglio, ci si accorge che l’intenzione dell’evangelista non è semplicemente di proporci un insegnamento, ma anche di sottolineare la cecità e la non intelligenza degli stessi discepoli: «Siete anche voi così privi di intelletto?». Dunque, non un giudizio sui difetti degli altri, ma un avvertimento per noi. Leggi il seguito di questo post »
Nel brano evangelico di questa domenica l’incredulità non è più solo della folla, o dei giudei, ma coinvolge anche la cerchia dei discepoli. Essi «mormorano» esattamente come Israele nel deserto e come i giudei che si scandalizzano di fronte a Gesù che pretende essere disceso dal cielo e essere la salvezza del mondo. La ragione di questa loro incredulità? Eccola: «Questo discorso è difficile, come possiamo accettarlo?». Frequentemente si pensa che «il discorso difficile» si riferisca soprattutto all’Eucaristia, cioè alla presenza del Cristo nel pane e nel vino, una presenza giudicata impossibile. In realtà, il discorso difficile si riferisce a tutto il contenuto del capitolo sesto: l’offerta di una salvezza che supera le meschine attese della folla; la presenza del Figlio di Dio nel figlio del falegname; soprattutto la necessità di condividere la sua esistenza in dono. Tutto questo è il discorso difficile: difficile da capire e, ancor più, da praticare. Leggi il seguito di questo post »
Scrive Antonio Di Lieto, docente di religione, la sua testimonianza diretta sulla sentenza del TAR
Antonio ha un blog molto bello, bellanotizia.it, dove trovate – tra l’altro – delle riflessioni molto profonde.
In questi giorni è stata resa pubblica una sentenza del Tar-Lazio che vorrebbe impedire agli insegnanti di religione di partecipare a pieno titolo agli scrutini ed alla formazione di quello che una volta si chiamava “giudizio di ammissione all’esame di maturità” e che oggi si chiama “credito scolastico”. La questione è vecchia e superata, perchè c’era già stata una sentenza del Tar simile anni fa (guarda caso della stessa commissione del Tar, che evidentemente è composta da anticlericali!), che poi era stata completamente rigettata dall’organo superiore: il Consiglio di Stato. Anche in questo caso quindi molto probabilmente accadrà la stessa cosa: il Ministero ricorrerà al Consiglio di Stato che non potrà che annullare questa sentenza.
La cosa buffa poi è che le motivazioni del Tar sono che far partecipare l’insegnante di religione agli scrutini sarebbe “discriminatorio” per chi religione cattolica non vuol farla. Il Tar ovviamente dimentica che – se un alunno non fa religione - in sede di scrutinio l’insegnante di religione viene sostituito dall’insegnante di ora alternativa o di studio assistito (a seconda se quello studente ha scelto di fare ora alternativa o studio assistito). Non c’è quindi nessuno “svantaggio” per chi non fa religione: invece di essergli riconosciuto il suo impegno nell’ora di religione, gli viene riconosciuto lnell’ora alternativa o nello studio assistito Leggi il seguito di questo post »
Ilservo di Dio Francesco, di statura piccola, di mente umile, di professione minore, nel tempo che visse quaggiù, per sé e per la sua fraternità scelse una particella di mondo, per il solo fatto che non gli fu assolutamente possibile servire Cristo altrimenti, che avendo qualche cosa dal mondo.
E non senza una rivelazione e predisposizione divina, già in antico, fu chiamato Porziuncola quel luogo che doveva toccare in sorte a coloro che desideravano di non avere nulla di proprio in questo mondo. Leggi il seguito di questo post »