Domenica 15 giugno 2008 alcuni nostri giovani riceveranno il sacramento della Cresima. Presento un testo tratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica.
I. La Confermazione nella storia della salvezza
1286 Nell’Antico Testamento, i profeti hanno annunziato che lo Spirito del Signore si sarebbe posato sul Messia atteso in vista della sua missione salvifica. La discesa dello Spirito Santo su Gesù, al momento del suo Battesimo da parte di Giovanni, costituì il segno che era lui che doveva venire, che egli era il Messia, il Figlio di Dio. Leggi il seguito di questo post »
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
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Un professore di filosofia era in piedi davanti alla sua classe, prima della lezione, ed aveva davanti a se alcuni oggetti.
Quando la lezione cominciò, senza proferire parola il professore prese un grosso vaso per la maionese, vuoto, e lo riempì con delle rocce di 5-6 cm di diametro.
Quindi egli chiese agli studenti se il vaso fosse pieno, ed essi annuirono.
Allora il professore prese una scatola di sassolini, e li verso nel vaso di maionese, scuotendolo appena.
I sassolini, ovviamente, rotolarono negli spazi vuoti fra le rocce.
Il professore quindi chiese ancora se il vaso ora fosse pieno, ed essi furono d’accordo.
Gli studenti cominciarono a ridere, quando il professore prese una scatola di sabbia e la versó nel vaso.
La sabbia riempi ogni spazio vuoto.
Ci sono alcune categorie di persone nel vangelo verso le quali sembra che Gesù abbia una vera allergia, una istintiva incompatibilità di carattere: sono coloro che si ritengono «giusti». Di fronte a loro Gesù si sente disarmato e quasi inutile. Non può entrare in dialogo con loro, perché si sentono «a posto», non hanno bisogno di salvezza né di perdono. Sono persone aride, incapaci di andare al di là della giustizia; la loro religione è quella del «io do, perché tu mi dia».
Gesù ha dipinto il loro atteggiamento nella parabola degli operai della vigna (Mt 20,1-16) che si lamentano della generosità del padrone verso gli ultimi arrivati. Nella parabola del figlio prodigo essi rivestono i panni del figlio maggiore geloso della bontà del padre verso il figlio che ritorna a casa (Lc 15,11-32). Il loro ritratto è quello del fariseo che «paga» a Dio anche la più piccola tassa, ma disprezza cordialmente e giudica dall’alto della sua «giustizia» il pubblicano che invoca misericordia (Lc 18,9-14).
Dio cerca l’uomo
A una religione ridotta alla giustizia dell’uomo, Gesù oppone una religione fondata sulla misericordia Leggi il seguito di questo post »
CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 2 giugno 2008 (ZENIT.org).- Riconoscere la grandezza di Dio è “il primo indispensabile sentimento della fede”, ha affermato Benedetto XVI questo venerdì, festa della Visitazione della Beata Vergine e la memoria del Cuore Immacolato di Maria. Vedi articolo completo….
il mese di Maggio é passato e ci stiamo avvicinando alla pausa estiva. Vorrei però richiamare la “compilation” degli articoli mariani del nostro sito, che sul tema di Maria ha avuto centinaia di contatti in queste settimane.
Se avete dei contributi per il sito, non esitate a mandarceli! Articoli, testimonianze, pensieri…..
Volete dare una mano alla gestione dei contenuti del sito?
Avete una buona videocamera, migliore di quella che uso per registrare P.Sergio? O ne vogliamo comprare una semplice per la Parrocchia?
Volete sapere cos’é SkypeCast e come possiamo usarlo nella catechesi?
fatevi sotto, c’é tanto lavoro nella Vigna del Signore!!
Il tema delle due vie è antico quanto la sacra Scrittura. L’esperienza nomade del popolo di Israele ne sta all’origine: Israele, infatti, è stato chiamato costantemente a scegliere tra la via che conduce alla meta e quella che conduce allo sbandamento e all’idolatria. Un vocabolario che si basa tutto sul termine «strada» esprime l’esperienza del popolo eletto: traviamento, pietra d’inciampo, conversione o ritorno alla strada giusta, guida che indica la via, e tracce seguite dal popolo.
Le due vie
Il tema delle due vie si ritrova, nel Nuovo Testamento, più spiritualizzato ma non meno esigente. Il cristiano deve scegliere tra la «via stretta» che coincide con il piano di Dio e la «via larga» che non si preoccupa di Dio, tra Dio e Mammona, tra lo Spirito e la carne, tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre… I primi cristiani, indicando il Cristo e la Chiesa con il termine «via», manifestavano la loro volontà di lasciare la via dello sbandamento per affidarsi alla guida di Gesù, alle indicazioni della sua Parola e alla economia sacramentale della Chiesa.
Il vangelo, a conclusione del discorso della montagna, esprime, in altra forma, il tema delle due vie, dei due atteggiamenti di fronte alla parola di Dio. Esso trova la sua unità nella parola «fare», «mettere in pratica». Bisogna «fare» la volontà del Padre che è nei cieli (v. 21), bisogna «mettere in pratica» le parole ascoltate (tema della parabola dei due figli: Mt 21, 28-30). Anche la parabola delle due case costruite sulla roccia o sulla sabbia verte sull’opposizione fra «ascoltare» soltanto e «mettere in pratica». Non c’è religione cristiana senza una scelta concreta (la via), e non c’è scelta concreta senza impegno attivo (fare e non parlare soltanto). Leggi il seguito di questo post »
Nampula, qualche anno fa’ .……..Durante uno dei tanti voli di controllo ai campi di raccolta, l’ufficio della Croce Rossa Internazionale di Cabo Delgado mi chiese un aiuto logistico per trasportare alcuni soldati smobilitati e loro famiglie da Mueda al loro piccolo villaggio in Zambezia.
Era una dei quei giorni come tanti, la stessa smobilitazione vista in altri campi, ma con un particolare che quel giorno attiro’ la mia attenzione ed era che tra i soldati c’erano dei bambini catturati da piccoli nei loro villaggi e costretti dai guerriglieri a combattere nella boscaglia del nord del Mozambico.
Denise, la responsabile della Croce Rossa, cominciò a chiamarli e loro vennero fuori dal gruppo dei soldati adulti. Erano adolescenti, ma nei loro sguardi e nei loro gesti c’era qualcosa di adulto. Avevano l’aria di uomini vissuti con visi da bambino. Immaginavo, guardandoli, il momento del loro rapimento, le grida e poi la sofferenza degli anni passati nel mato, nella boscaglia trasportando cibo, e soprattutto combattendo. Si notava dall’espressione dei loro volti che era mancata l’eta’ piu’ bella, quella spensierata dal cuore felice.
Ad Ancona alcuni ragazzi violentano una tredicenne in un parco, filmano tutto col telefonino e se ne vantano con gli amici. Naturalmente vengono beccati e denunciati. E il giudice che fa? Li condanna a rientrare a casa alle 22 durante i giorni scolastici, e a mezzanotte al sabato sera. Si sa, al sabato sera bisogna far festa.
Appena letto la notizia il primo commento è stato: «Sarà una pena accessoria». Sono convinto che l’avete pensato anche voi. Invece no. È l’unica pena, solo quella, nessun’altra, a parte il divieto di effettuare riprese con i videofonini e l’invito a frequentare con profitto la scuola. Tanto basta a un gruppo di stupratori per passarla liscia. Addirittura per evitare il processo.
La tredicenne non si é piú ripresa. Leggi il seguito di questo post »
Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento.
Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata.
Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro.
La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene.
Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.
Benedetto XVI ai vescovi dell’Ungheria ricevuti in visita “ad limina Apostolorum”
La crisi della famiglia sfida cruciale per la Chiesa
Il clima di secolarizzazione che pervade l’Ungheria incide sempre più pesantemente sulla famiglia, la cui crisi profonda rappresenta per la Chiesa una enorme sfida. Lo ha sottolineato Benedetto XVI rivolgendosi ai vescovi dell’Ungheria, ricevuti in udienza sabato mattina 10 maggio, in occasione della visita ad limina Apostolorum.
Cari e venerati Fratelli nell’Episcopato!
Con grande gioia accolgo tutti voi, Pastori della Chiesa che è in Ungheria, in occasione della vostra Visita ad limina Apostolorum. Vi saluto con affetto e sono grato al Cardinale Péter Erdö per le parole che mi ha rivolto a nome dell’intera Conferenza Episcopale. Oltre a manifestarmi i vostri sentimenti fraterni, di cui vi ringrazio cordialmente, egli ha con chiarezza tratteggiato le caratteristiche salienti della Comunità cattolica e della società nel vostro Paese, riassumendo quanto in questi giorni ho avuto modo di recepire negli incontri con ciascuno di voi. Leggi il seguito di questo post »
Vangelo Gv 6, 51-58
La mia carne è vero cibo, e il mio sangue vera bevanda.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse alle folle dei Giudei: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Nella festa del Corpo e del sangue del Signore la liturgia propone un breve passo del Vangelo di Giovanni (6, 51-58), ritagliato dal capitolo 6. L’originalità del modo con cui Giovanni comprende l’eucaristia lo si può cogliere già da alcuni particolari: anziché usare il termine «corpo», preferisce il termine «carne». Va notata, poi, la dimensione universale: per la vita del mondo. Infine c’è un’insistenza che non è casuale: mangiare la carne e bere il sangue è indispensabile per avere la vita. Ma è soprattutto dall’intero discorso che si comprende. Costruendo la sua omelia eucaristica, Giovanni non pensa soltanto all’Eucaristia-sacramento, ma all’intera esistenza di Gesù e al progetto di vita del discepolo. L’Eucaristia è rivelatrice della verità di Gesù in tutta la sua interezza. Ed è insieme la rivelazione della verità del discepolo. Gesù viene dal cielo, Gesù è colui che si offre per la vita del mondo. Sono questi i due aspetti che definiscono Gesù nella sua persona e nella sua missione.
Discepolo è colui che mangia e beve la carne e il sangue di Gesù. In altre parole, è colui che riconosce l’origine di Gesù e il suo significato di salvezza e, di conseguenza, l’accoglie e la condivide. Ma tutto questo è un discorso duro per più motivi, tanto da indurre molti discepoli a tirarsi indietro. E la prima ragione di questa durezza è che il pane che è Gesù, va oltre il pane che le folle cercano, oltre la misura di salvezza che l’uomo pretenderebbe per sé. La seconda ragione è che la presenza di Dio e la ricchezza del suo dono sono nascoste sotto apparenze comuni e quotidiane: Gesù è il figlio di Giuseppe (e, nell’Eucaristia, si nasconde sotto le apparenze del pane e del vino). La terza ragione, infine, è la paura che l’uomo prova di fronte all’invito di «mangiare la sua carne e bere il suo sangue», cioè la paura di fronte a un progetto di vita che riproduce quello di Gesù (un’esistenza per la salvezza di tutti). Difatti «mangiare e bere» non soltanto significa accogliere la presenza di Gesù nel suo dono, ma porsi in sintonia con il suo dono e prolungarlo. Indica in altre parole un modo di vivere alla sequela del Signore. (Maggioni)