di Vittorio Messori – Corriere della sera 14 luglio 2003
Che sia una di quelle ironiche «astuzie della Storia» di cui parlava Hegel?Di certo, il caso è curioso. In effetti, giovedì 10 luglio, a Bruxelles, con solenne cerimonia è stata presentata la bozza definitiva della Costituzione d’Europa.
E’ quella nel cui preambolo non si è fatto il nome del Cristianesimo, provocando le ben note polemiche e la protesta della Santa Sede. Ma questa stessa Costituzione, nel definire i propri simboli, ribadisce solennemente che la bandiera europea è azzurra con dodici stelle disposte a cerchio. Ebbene: sia i colori, che i simboli, che la loro disposizione in tondo, vengono direttamente dalla devozione mariana, sono un segno esplicito di omaggio alla Vergine. Le stelle, in effetti, sono quelle dell’Apocalisse al dodicesimo capitolo: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Quella Donna misteriosa, per la tradizione cristiana, è la madre di Gesù. Anche i colori derivano da quel culto: l’azzurro del cielo e il bianco della purezza verginale. Nel disegno originario, infatti, le stelle erano d’argento e solo in seguito hanno preso il colore dell’oro. Insomma: anche se ben pochi lo sanno, la bandiera che sventola su tutti gli edifici pubblici dell’Unione (e il cerchio di stelle che sovrasta l’iniziale dello Stato sulle targhe di ogni automobile europea) sono l’invenzione di un pittore che si ispirò alla sua fervente devozione mariana.Leggi il seguito di questo post »
Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: …. «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù di Nazaret si è presentato come un re, ma il suo regno non è di questo mondo. Comincia a edificarsi quaggiù, ma non fa alcuna concorrenza ai regni terrestri. Durante tutta la sua vita pubblica, Gesù ha badato con cura estrema che non si potesse dare un’interpretazione politica alla sua missione. A parecchie riprese lo vogliono fare re, ma ogni volta egli si sottrae.
Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi. Colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell’anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale». Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. (Origene, sacerdote, Dall’opuscolo «La preghiera»)
ri-pubblico un articolo secondo me molto bello di Marina Corradi, giornalista di Avvenire, dove invita la Ministro Gelmini – che ha affermato di non voler perdere neanche un giorno di lavoro per la sua maternitá – a considerarne la bellezza ed il suo valore…
«Neppure un giorno a casa», promette sorridendo il ministro Mariastella Gelmini, annunciando la sua prossima maternità. È la tendenza fra le nuove madri professioniste o dirigenti, superimpegnate in un lavoro che le appassiona, e in grado di pagare le migliori tate: «Neppure un giorno a casa». Libere di fare come preferiscono. Tuttavia, però, vorremmo solo dire a queste donne, in amicizia, una cosa: vi perdete, in quest’ansia di tornare a “produrre”, qualcosa di molto grande. Vi perdete le vostre ore più belle. È un privilegio ormai, in questi tempi di precariato, potersi concedere di fermarsi per un figlio. È quasi un lusso. Ma a mia figlia, quando sarà grande, direi: prenditi tutto il tempo che puoi, consuma questi giorni in pace. Guardati, abbracciati il tuo bambino. Queste ore non torneranno.
Prenditi il tempo di stringertelo addosso: guarda come istintivamente ti si rannicchia fra le braccia, cercando ancora l’eco del battito del tuo cuore. Guardalo, e lasciati riempire di stupore: nove mesi fa non c’era, e ora è un uomo. Non è sbalorditivo? Germinato da un seme invisibile. Perfetto, e sì che tu di lui non avresti saputo fare neanche un capello. Trattieni il fiato: quel tuo figlio fra le braccia, è un mistero.
Annusalo: sa di latte, di cucciolo. Ma già fra pochi giorni il suo sguardo si illuminerà incontrando i tuoi occhi. Leggi il seguito di questo post »
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre…(Mc 13,24-32)
Da S.Agostino, Vescovo
Lo vogliamo o no, egli verrà. Verrà, e quando non lo aspetti. Se ti troverà pronto, non ti nuocerà il fatto di non averne conosciuto in anticipo il momento esatto.
«E si rallegreranno tutti gli alberi della foresta». E’ venuto una prima volta, e poi tornerà a giudicare la terra. Troverà pieni di gioia coloro che alla sua prima venuta «hanno creduto che tornerà». Troverà pieni di gioia coloro che alla sua prima venuta «hanno creduto che tornerà».
Venuta una vedova povera, gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora Gesú, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mc 12,38-44)
La vedova ha dato del suo necessario, a differenza dei ricchi, che danno qualcosa della loro potenza e dei loro privilegi con ostentata e pomposa ricerca della propria gloria. Il gesto furtivo con cui la vedova getta in silenzio i suoi due spiccioli è un gesto di preghiera, di fede e di amore. L’obolo è insignificante, ma il dono è totale; tanto più grande quanto meno si ostenta, e anzi cerca di nascondersi. Gesù, che ha ammirato il gesto e l’ha lodato, non misura gli atti umani col nostro metro che si ferma alle apparenze.
Egli non misura in cifre quello che doniamo; lo misura in amore, lo valuta secondo il metro dei valori interiori della persona; egli arriva al cuore.
Donare così, come la vedova, è donare come fa Dio, il quale non ci dona della sua abbondanza, non ci dona di quello che ha, ma di quello che è: la sua stessa vita divina. Gesù povero e servitore degli uomini non è una parentesi nella vita di Dio, ma la manifestazione della condizione stessa di Dio. Egli non è un ricco venuto a visitare, da turista, la terra sottosviluppata dell’umanità; egli è il nostro fratello che è diventato povero e schiavo, per arricchire della sua ricchezza la nostra povertà.
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto.
E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, Leggi il seguito di questo post »
Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?»
Il cieco che rappresenta l’uomo sulla via della fede, non vede Gesù; intuisce soltanto la presenza del Signore negli avvenimenti (v. 47a), ma esprime già la sua fede rimettendosi alla iniziativa salvifica di Dio (v. 47b). Questa apertura a Dio è subito contestata dal mondo che lo circonda (v. 48a) ed è necessario tutto il coraggio per mantenere il proposito di apertura all’uomo-Dio (v. 48b).
Il candidato alla fede si sente così oggetto della attenzione di alcuni che gli rivelano la chiamata di Dio, lo incoraggiano e lo invitano a convertirsi («alzarsi» o risuscitare, e «gettare via il mantello» o spogliarsi del vecchio uomo: vv. 49 e 50). Allora si intreccia il dialogo finale: «Che vuoi?…» (v. 51). Si tratta dell’impegno definitivo, presentato sotto forma di domanda e di risposta, per mettere bene in risalto la libertà totale delle due parti che contraggono l’alleanza.
Infine, la vista è restituita al cieco come una visione della fede (vv. 51-52) che impegna immediatamente.
NEWS!!! La beatificazione il prossimo 31 ottobre, presente il Card. Sodano, nella Basilica di Esztergom alle 10:30!!! *******************************
Molti di noi sanno che quando i comunisti presero il potere in Ungheria, arrestarono il Primate d’Ungheria il Card. Mindszenty József. Ma forse pochi sanno invece cosa accadde in Curia, a Esztergom.
Mons. Drahos János era stato indicato da Pio XII come futuro Vescovo, ma non lo saprá mai, su questa terra. Dopo l’arresto del Cardinale, la “Sicurezza Nazionale”, tra gli altri, lo uccise a colpi di pistola. La nomina del Papa fu tre giorni prima della sua morte.
Il Cardinale aveva dei vescovi ausiliari; essendo impedito nell’esercizio delle sue funzioni, pur rimanendone il titolare, come stabilito dal Diritto Canonico passó l’Amministrazione ai suoi collaboratori.
Il vescovo Meszlényi Zoltán Lajos (1892-1951) diventó il Vicario Primaziale (Vicario perché il Primate era ancora vivo). Al momento dell’insediamento giuró “Mai abbandoneró Cristo Pastore fedele e la nostra Chiesa. E che il Signore mi aiuti“.
Penso che il Signore lo aiutó; dopo neanche due settimane dall’omicidio di Drahos, la polizia comunista tornó nel palazzo primaziale ed il 4 luglio 1950 lo arrestó e portó in un campo di concentramento.
Lí, a seguito delle ripetute torture, rese l’anima al Creatore il 4 marzo 1951.
La data della Beatificazione verrá comunicata dalla S.Sede, che il 3/7/09 ha chiuso positivamente il processo canonico di riconoscimento delle virtú eroiche e del martirio per la fede di S.E. Meszlény Zoltán, Vescovo.
“Il sangue dei martiri é il seme di nuovi cristiani”, diceva Tertulliano. Preghiamo il Signore perché l’esempio di questi testimoni della fede ci risvegli dall’apatía spirituale.
A SanRemo, gridando “Allah é grande”, un tunisino di 20 anni (giá arrestato, poi espulso, poi rientrato, poi arrestato per spaccio e detenzione di droga, ma rimesso in libertá) ha aggredito a bottigliate un frate cappuccino di 76 anni, padre Riccardo, che ora rischia un occhio.
Ha continuato a prenderlo a calci anche mentre giaceva per terra.
Motivo: il fratre non gli ha dato l’elemosina
É la seconda aggressione ai danni dei cappuccini di Sanremo.
La lettura evangelica di questa domenica – la collocazione in casa, in un colloquio privato – è un espediente letterario dell’evangelista per indicare che queste parole di Gesù sono particolarmente indirizzate alla sua comunità: potremmo parlare di un «abbozzo di regola comunitaria».
«Maestro, abbiamo un tale, che non era dei nostri, che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito». Dietro questa rimostranza di Giovanni traspare quell’egoismo di gruppo (non infrequente, purtroppo), che spesso si maschera di fede ma che in realtà è una delle sue più profonde smentite. Ci sono i discepoli che mal sopportano che lo Spirito soffi dove vuole: ne sono gelosi e si sentono traditi nella loro funzione di testimoni e rappresentanti del Cristo. Vorrebbero che la potenza di Dio passasse solo attraverso le loro mani.
Ragionano suppergiù in questi termini: non dovrebbe la potenza di Cristo essere solo nelle nostre mani, così che appaia con chiarezza che noi, noi soli ne siamo i portatori?
Gli autentici amici di Dio godono della liberalità dello Spirito e riconoscono le sue manifestazioni, dovunque avvengano: riconoscono il bene dovunque venga fatto, e ne godono. Leggi il seguito di questo post »
La tentazione di separare la fede in Gesù dalla Croce
Il brano evangelico di questa domenica è al centro dell’intero racconto di Marco (conclude la prima parte del Vangelo e apre la seconda) ed è importante per più di un motivo. Gesù stesso pone esplicitamente l’interrogativo (Mc 8,27) che secondo l’evangelista ogni lettore è a questo punto obbligato a porsi: «Chi dicono che io sia?». La risposta della gente non afferra la novità di Gesù e lo allinea con gli altri profeti. La risposta di Pietro è precisa e riconosce con chiarezza la messianicità di Gesù. Un punto di arrivo, dunque, E tuttavia c’è un altro passo da compiere. Dire che Gesù è Messia è esatto ma incompleto: c’è sempre il pericolo di pensare la sua messianicità secondo il pensiero degli uomini. È la via della Croce che completa il discorso, chiarificandolo. Quando Pietro gli dice: «Tu sei il Cristo», Gesù sente il bisogno di precisare: «Sono il Figlio dell’uomo che deve molto soffrire».
Nella prima parte del nostro passo Pietro assolve un compito positivo: è il portaparola dei discepoli ed esprime a nome del gruppo la sua fede in Gesù. Nella seconda parte assume un ruolo negativo: tenta di allontanare Gesù dalla via della Croce. Il discepolo è pronto a riconoscere la messianicità di Gesù ma non ne condivide la direzione. Leggi il seguito di questo post »
Per comprendere il Vangelo di questa domenica (Mc 7,31-37) è anzitutto necessario osservare per esempio l’annotazione geografica che introduce l’episodio: Gesù si trova nel territorio della Decapoli, cioè in una regione pagana. Il racconto acquista in tal modo il significato di universalità. Il miracolo è in favore di una persona che, secondo la concezione del tempo, avrebbe dovuto essere esclusa dalla salvezza, o per lo meno avrebbe dovuto essere raggiunta in un secondo momento: prima gli ebrei, poi i pagani. L’evangelista ci fa comprendere che il «prima» e il «poi» appartengono alla grettezza dell’uomo, non all’amore di Dio.
Lo sguardo rivolto al cielo – lo stesso gesto che Gesù ha compiuto alla moltiplicazione dei pani (6,41) – indica la preghiera. Alle volte Gesù compie i miracoli con l’autorità della sua Parola, per così dire a nome proprio, dimostrando in tal modo di non essere semplicemente un profeta di Dio, ma Dio egli stesso. Alle volte invece, come nel nostro caso, Gesù ricorre alla preghiera, per insegnarci che la salvezza è un puro dono della grazia di Dio: un dono da chiedere, non da pretendere. Leggi il seguito di questo post »
Probabilmente molti di voi hanno sentito giá parlare della Piramide di Maslow. Alcuni psicologi giá da molti anni dicono che la nostra ricerca di felicitá o autorealizzazione si evolve in diversi stadi:
La prima, e la più basilare felicitá, è il desiderio (soddisfatto) per il cibo, per la salute, per la riproduzione. Questi sono desideri fisiologici necessari per la nostra sopravvivenza;
Il secondo stadio è l’aspirazione per la sicurezza ed il benessere. In questo stadio molti pensano che i soldi garantiscano la sopravvivenza ed una buona qualità di vita; molte persone si fermano qui. Hanno un po’ di soldi in tasca, una famiglia, un lavoro, riescono ad andare in vacanze due settimane l’anno: quindi sono felici. Cosa vuoi di piú?
Poi appare il bisogno di appartenenza: non vivo da solo, ma in un branco. Tengo a quella squadra, vivo in questa societá, ecc…
Per alcuni segue il bisogno di stima, la brama di onore e potere. Qui ci piace controllare gli altri, come anche noi stessi, ci piace essere serviti e riveriti, essere chiamati Dottore, Cavaliere o con altro titolo, sedere ai posti piú importanti ed essere “qualcuno”;
Solo chi non si ferma ai livelli inferiori arriva al livello piú alto, dove troviamo l’autorealizzazione, il desiderio della conoscenza. Cerchiamo il modo per essere “veramente” felici.
Il cristiano va al di lá della stima, del cibo, dei soldi e comprende che la sua vita si apre a una diversa realizzazione, piú profonda, piú piena, quando si apre al Mistero di un Dio creatore che ci ama e che ci ha salvati, tramite il sacrificio di suo Figlio.
Da questo “desiderio di spiritualitá” si apre un cammino, una ricerca, un confronto. Forse percepiamo che questa dimensione ci dará una gioia piú profonda e piú duratura. Sentiamo il profumo dell’Acqua Viva, del Pane del Cielo.
Giovedí prossimo 3 settembre, alle 19:45 ci incontreremo per programmare l’anno. A che livello vogliamo metterci nella nostra piramide?
Forza! anche il prossimo anno sia un momento di ricerca della gioia dell’incontro con Cristo Risorto, nella Parola di Dio e con la Comunitá che celebra l’Eucarestia!