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Sulla Collina delle Rose (Rózsadomb), affittasi appartamento max 6 pax, zona verde, possibilitá parcheggio. Per 2 persone 90 €/notte. eszter1@marketorg.hu , o telefono 06-70-249-133
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Quanti sono i cattolici in Turchia, come vivono le parrocchie, quale azione pastorale sviluppano? Con queste curiosità, ho fatto otto giorni di ferie, a fine luglio, nella regione di Tarso (Cilicia) e di Antiochia (Hatay).
Ho vissuto in parrocchia, a Mersin, bella città sul Mediterraneo con lungomare e giardini deliziosi (1,2 milioni di abitanti) a 28 Km da Tarso. Ospite di un convento di frati cappuccini, parrocchia di Sant’Antonio di Padova, ho visitato altre due o tre parrocchie in altrettante città del Vicariato apostolico dell’Anatolia. Questo corrisponde ad una diocesi dei Cattolici di rito latino, con la differenza che il suo Pastore è un Vescovo con il titolo di Vicario apostolico (ciò anche per ragioni ecumeniche, poiché in quella stessa regione vi sono altri patriarchi cristiani, cattolici e ortodossi, di vario rito).
Il Vicario apostolico dell’Anatolia è il vescovo mons. Luigi Padovese, Frate Minore Cappuccino, 62 anni, già Preside dell’Istituto Francescano di Spiritualità dell’Università Pont. “Antonianum” di Roma, storico e teologo specialista su san Paolo e san Giovanni, nonché sui Padri della Chiesa dei primi secoli. A lui il merito di aver organizzato negli ultimi vent’anni altrettanti simposi di studio nelle città di Efeso (su Giovanni) e Tarso (su Paolo).
Il Vicariato si estende dal Mediterraneo al mar Nero, e ad ovest dai confini della provincia di Ankara fino ai confini orientali della Turchia con la Siria, l’Iraq e l’Iran. Leggi il seguito di questo post »
Molti di noi sanno che quando i comunisti presero il potere in Ungheria, arrestarono il Primate d’Ungheria il Card. Mindszenty József. Ma forse pochi sanno invece cosa accadde in Curia, a Esztergom.
Mons. Drahos Jánosera stato indicato da Pio XII come futuro Vescovo, ma non lo saprá mai, su questa terra. Dopo l’arresto del Cardinale, la “Sicurezza Nazionale”, tra gli altri, lo uccise a colpi di pistola. La nomina del Papa fu tre giorni prima della sua morte.
Il Cardinale aveva dei vescovi ausiliari; essendo impedito nell’esercizio delle sue funzioni, pur rimanendone il titolare, come stabilito dal Diritto Canonico passó l’Amministrazione ai suoi collaboratori.
Il vescovo Meszlényi Zoltán Lajos (1892-1951) diventó il Vicario Primaziale (Vicario perché il Primate era ancora vivo). Al momento dell’insediamento giuró “Mai abbandoneró Cristo Pastore fedele e la nostra Chiesa. E che il Signore mi aiuti“.
Penso che il Signore lo aiutó; dopo neanche due settimane dall’omicidio di Drahos, la polizia comunista tornó nel palazzo primaziale ed il 4 luglio 1950 lo arrestó e portó in un campo di concentramento.
Lí, a seguito delle ripetute torture, rese l’anima al Creatore il 4 marzo 1951.
La data della Beatificazione verrá comunicata dalla S.Sede, che il 3/7/09 ha chiuso positivamente il processo canonico di riconoscimento delle virtú eroiche e del martirio per la fede di S.E. Meszlény Zoltán, Vescovo.
“Il sangue dei martiri é il seme di nuovi cristiani”, diceva Tertulliano. Preghiamo il Signore perché l’esempio di questi testimoni della fede ci risvegli dall’apatía spirituale.
La Turchia, patria del primo cristianesimo, é laica – dice la Costituzione turca -, peró il 99% del popolo é mussulmano.
Un po’ di storia: per 600 anni non avremmo detto Turchia, ma Impero ottomanno. Alla decadenza, che era iniziata proprio nel 1686 con la liberazione di Budapest, con il nostro Marco d’Aviano, ed il lento ritiro, ci furono ovunque lotte per la riconquista dell’indipendenza. Una guerra devastante fu la greco-turca (1919-1922). Oltre 1.400.000 cristiani di origine greca dovettero lasciare la Turchia e furono sostituiti da 350.000 mussulmani che lasciarono la Grecia.
Ma solo qualche anno prima un numero imprecisato di armeni (cristiani, il primo stato cristiano al mondo) fu sterminato. Parliamo di circa 1.200.000 morti.
Ma sono cristiani, quindi si tace; ad oggi non c’é ancora nessun riconoscimento dai turchi di questo genocidio, nessun museo dell’olocausto armeno, niente… Sembra che gli olocausti inizino tutti nella seconda guerra mondiale.
Ma le violenze non si fermarono, fino al 6 settembre 1955, dove ci fu il pogrom contro i greci (cristani): una decina i morti, negozi, case, alberghi distrutti. Ma soprattutto 73 chiese, due monasteri e 26 scuole (cristiane) bruciate. Il 90% del patrimonio cristiano greco in Istambul distrutto in due giorni.
Il prossimo sabato 25 luglio, grazie all’organizzazione di Silvia Szabo Trebbi – di professione guida turistica ed interprete – , abbiamo pensato di lasciare il caldo di Budapest ed andare a Kecskemét - cittá natale dell’arch. Lechner, padre del Liberty, con stupendi palazzi in stile – e nella Puszta ungherese!
Programma di massima:
ore 9:15-9:30: ritrovo a Kecskemét, davanti al municipio. Verremo ricevuti nel Municipio e potremo visitare la Sala consiliare, con i suoi stupendi affreschi
Visita del centro cittá
Trasferimento nella Puszta, in agriturismo, con molti spazi verdi, aree giochi per i bambini, piscina,…
Spettacolo con i cavalli ungheresi (sai cavalcare? sai usare la frusta?)
Goulasch party, musica dal vivo, pennica (!)
Quota di partecipazione: 20 euro per gli adulti, 10 euro per i ragazzi da 6 a 12 anni, sotto i 6 anni a gratis
confermare per email (ccibudapest @ gmail . com) col numero di persone, pagamento sul posto.
Intervista all’Arciprete della Basilica di S. Paolo fuori le Mura
di Carmen Elena Villa
ROMA, domenica, 7 giugno 2009 (ZENIT.org).- Da quando è iniziata la celebrazione dell’Anno Paolino, ogni giorno sono entrati nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma circa 10.000 pellegrini. Domenica 28 giugno Papa Benedetto XVI celebrerà la cerimonia di chiusura di quest’anno giubilare con i Vespri solenni.
Il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete della Basilica di San Paolo, dove si trova la tomba dell’apostolo, è stato colui che ha dato al Papa l’idea di celebrare quest’anno tematico, il primo nella storia dedicato dalla Chiesa all’Apostolo delle Genti.
In una conversazione con ZENIT, il porporato ha tracciato un bilancio dei frutti spirituali, intellettuali ed ecumenici che questa commemorazione ha portato alla Chiesa.
Come considera il panorama generale della celebrazione dell’Anno Paolino?
Cardinale Cordero Lanza di Montezemolo: Molto positivamente. Quando il Papa ha annunciato la celebrazione di un anno speciale per i duemila anni dalla nascita di Paolo, l’idea è stata accettata con molto entusiasmo, ma le iniziative si sono fatte un po’ attendere. In questi ultimi mesi, ad ogni modo, c’è stata un’enorme attività. Tutti si sono mossi, sono giunti qui pellegrinaggi di migliaia di persone e tutto è andato per il meglio.
Abbiamo un ufficio molto attivo per organizzare le prenotazioni per venire in Basilica e per far sì che le celebrazioni liturgiche si svolgano nel modo migliore e più opportuno. Abbiamo dato molta importanza agli aspetti penitenziali.
UN FILO ROSSO LEGA IL CURATO D’ARS E IL FRATE DEL GARGANO
DUE FIGURE DI CONTADINI IN POCHE ORE ALLA RIBALTA
MARINA CORRADI
Poche ore dopo l’apertura dell’anno sacerdotale nel nome del curato d’Ars, Benedetto XVI parte stamattina per San Giovanni Rotondo.
Una coincidenza, forse non priva di una suggestione simbolica. Apparentemente, oltre cent’anni e due paesi e mondi diversi, e abiti differenti separano i due santi: uno parroco, l’altro cappuccino, uno comunicato clandestinamente negli anni della Rivoluzione, l’altro figlio del nostro Sud, agli albori dell’Italia unita. E tuttavia c’è un filo che unisce, nell’incrociarne le biografie, Jean- Marie Vianney e Francesco Forgione.
Un filo che comincia da comuni origini povere e contadine: in sette i fratelli Vianney, in sette i Forgione.
Pastori, entrambi, a sei anni. Analfabeta ancora a diciassette anni, il curato d’Ars; svezzato alla grammatica da un contadino, Padre Pio. Ma, fin qui, potrebbe essere una storia comune a tanti, nelle campagne occidentali dell’era preindustriale.
La segreta simmetria si rivela invece nell’età adulta, e negli anni del ministero. Entrambi robusti uomini di preghiera, manovali del rosario, già in ginocchio alle quattro del mattino; Leggi il seguito di questo post »
Giovanni Maria Vianney nasce a Dardilly, presso Lione, in Francia, nel 1786.
Fin da piccolo si racconta di lui che amasse la solitudine e fosse particolarmente timorato di Dio. Sono anni difficili quelli di fine Settecento. La rivoluzione francese non permette a nessuno di pregare Dio in pubblico.
E così i genitori di Giovanni Maria lo portano ad ascoltare Messa in un granaio fuori città. La pena per i preti sorpresi a celebrare Messa è la ghigliottina. Nonostante il clima anticlericale, nonostante vi fossero pesanti minacce verso i sacerdoti, Giovanni Maria fa propria nel cuore la crescente volontà di dedicarsi interamente a Dio nel sacerdozio. Vuole, insomma, diventare prete. A diciassette anni riesce per la prima volta ad andare a scuola, dove con l’aiuto di un prete amico che crede nella sua vocazione, prova a seguire gli studi, seppure con scarsi risultati. Le difficoltà divengono insormontabili quando si tratta di affrontare, in seminario, gli studi di filosofia e di teologia. Ma Giovanni Maria non demorde, accetta ogni umiliazione, e a Grenoble, nel 1815, a ventinove anni, viene finalmente ordinato sacerdote. Leggi il seguito di questo post »
Il sacerdote, nutrito della Parola di Dio è testimone universale della carità di Cristo
“Solamente coloro che hanno imparato “a restare con Cristo” sono pronti per essere da Lui “inviati a evangelizzare” con autenticità (cfr Mc 3, 14). Un amore appassionato per Cristo è il segreto di un annuncio convinto di Cristo. “Sii uomo di preghiera prima di essere predicatore“, diceva sant’Agostino (De doctrina christiana, 4, 15, 32: PL 34, 100), esortando i ministri ordinati ad essere discepoli di orazione alla scuola del Maestro.”
Cosí scrive il Cardinale Hummes, nel suo articolo per la giornata mondiale di preghiera per la santificazione sacerdotale, che puoi leggere per intero cliccando qui…
C’é una doppia dimensione: il sacerdote che prega e noi che preghiamo per i nostri sacerdoti. Quante volte ci lamentiamo dei nostri parroci? Ma quante volte abbiamo offerto all’Altissimo un digiuno o un Rosario per i nostri Parroci?
Oggi siamo portati nel mezzo dei nostri guai quotidiani: la sofferenza fisica cui anche l’opera di molti medici non sempre giova; e la morte, drammatica quanto può esserla di una figlia di dodici anni!
Perchè siete cosi’ paurosi? Non avete ancora fede?
Oggi siamo immersi nel più profondo dramma della nostra esistenza – la prova, il dolore, il male, la morte: “Passiamo all’altra riva”, dice Gesù alludendo alla sua e alla nostra morte.
Dramma, perché qui Dio sembra latitante, Gesù dormire in mezzo alle nostre tempeste, e noi a gridare disperati: “Maestro, non ti importa che moriamo?”.
L’episodio evangelico, con i suoi riferimenti alla morte e risurrezione di Gesù, ne diviene una risposta luminosa, e un invito a rivedere la nostra fede che forse non è del tutto così viva: “Non avete ancora fede?”.
1) LA TEMPESTA DI GESU’
La prima tempesta l’ha vissuta Gesù: giusto innocente è schiacciato dai malvagi e si sente abbandonato da Dio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Una prova profonda di fede, tanto drammatica che al Getsemani gli spaccò il cuore: “L’anima mia è triste fino alla morte”. (Sembra che Gesù in croce alla fine morì dell’infarto iniziato qui al Getsemani). Ma ebbe il coraggio di dire: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26, 38-39). Dentro quel silenzio di Dio, Gesù non dubitò, ma si affidò totalmente e col massimo rischio a quel Dio tanto misterioso.
E Dio non l’ha deluso! Dal sonno della morte, lo ha risvegliato e risuscitato. Per essere il primogenito dei risorti, e quindi il segno della vittoria di Dio, o meglio della vittoria della fede! La morte e la risurrezione di Gesù segnano l’itinerario obbligato anche per noi per giungere alla vita: si passa da uno scacco – ma vissuto con fede, anzi come occasione e materia di fede, non da ribelli – alla risurrezione e alla vita date come regalo e come “premio” per tale fede eroica. Per questo Gesù un giorno ebbe a dire: “Nessun segno sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12, 40).
Eccolo qui, oggi, Gesù che dorme sulla barca drammatica della nostra travagliata esistenza umana, assaporando con noi la fragilità, la precarietà e l’annientamento della morte. Ma poi si risveglia e dice: “Taci, calmati!”. Quel mare, simbolo biblico d’ogni male che si accanisce contro l’uomo, è vinto dalla potenza di Dio che trova in Cristo il suo strumento più docile. Gli apostoli rimangono stupiti dal dispiegarsi di quella potenza divina in lui: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. Come del resto rimarranno stupidi e increduli di fronte a quanto Dio ha rivelato della sua potenza allorché ha risuscitato Gesù da morte!
2) LE NOSTRE TEMPESTE
Veniamo ora alle nostre tempeste, o meglio alla nostra fede agitata da tante tempeste. Anzitutto spesso anche noi meritiamo il rimprovero di Gesù: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. Aver paura di fronte alla morte, o disperare nelle prove, significa dubitare di Dio. Cioè essere senza fede. Ma forse più spesso abbiamo una fede sbagliata: pretendiamo che Dio intervenga subito a sbrogliarci dai nostri guai. Dicevano i farisei davanti alla morte di Lazzaro: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse?” (Gv 11,37). Ma Dio non ci ha promesso il non morire e il non soffrire, ma la risurrezione e la vita attraverso la croce!
Fiduciosi allora della promessa di Dio, garantita da quel che ha già operato in Gesù, i discepoli del Signore vivono il battesimo come un essere associati a Gesù nella sua morte per partecipare così alla sua risurrezione. La fede consiste in questo abbandono pieno al Gesù che dorme e che si risveglia, cioè credere e partecipare alla sua morte e risurrezione. E’ rischiare di andare a fondo con lui, nella speranza sicura di emergere con lui a nuova vita! L’alternativa, naturalmente, è di andare a fondo comunque senza di lui! Cioè di soffrire e morire senza più neanche la speranza di un riscatto e di una nuova esistenza!
Ricorriamo allora a questo Gesù che naviga con noi sulla barca della sua Chiesa portando nella nostra storia di uomini travagliati la potenza di Dio che sa calmare i flutti delle nostre angosce. Sembra dormire, ma Gesù è lì pronto a intervenire – quasi con un occhio semiaperto – per dire: “Taci, calmati!”, per ridare cioè speranza e serenità al nostro cuore. Aspetta solo che lo si chiami, perché non vuol agire in casa di nessuno se non gli è data agibilità. La preghiera esprime bene la nostra fede nella potenza di Gesù e apre a lui la possibilità di intervento per poterci salvare. “Chi prega si salva..”, dice il grande maestro spirituale che è sant’Alfonso Maria de’ Liguori!
Il Salmo 130 ci suggerisce l’immagine più toccante del nostro abbandonarci nelle prova in Dio: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (130,2-3). E il Salmo 120 afferma: “Non si addormenta il tuo custode; non sonnecchia e non prende sonno il Custode di Israele” (120,3-47). Ogni sera nella Compieta, la Chiesa, ispirandosi al Salmo 90, così ci fa pregare: “Custodiscimi, Signore, come pupilla degli occhi; proteggimi all’ombra delle tue ali!”.
I Salmi e la preghiera della Chiesa sono i migliori strumenti per educarci a questo abbandono pieno di confidenza e di fiducia. Ricorriamo a questa preghiera nei momenti delle nostre tempeste, e perderemo ogni paura!
Oggi tocchiamo un tasto molto delicato: lo scandalo dell’Incarnazione, lo sconcerto di trovarsi davanti a un Dio che si fa piccolo e povero, che giunge a noi attraverso la mediazione della Chiesa, dei preti, dei modesti segni sacramentali; in una parola il paradosso di un Dio che si fa storia!
Noi non faremmo fatica ad accettare il meraviglioso di Dio, la sua onnipotenza e grandezza, lui come giudice e padrone; ci spiazza invece e ci insospettisce il suo vestire i nostri panni quotidiani, l’esprimere la sua grandezza non con la potenza, ma con l’amore e la condivisione.
Ha le sue buone ragioni, Dio, di presentarsi così! Siamo noi che ci siamo fatti un’immagine sbagliata di Lui; immagine che ora si scontra con quella del Dio reale che si manifesta nell’uomo Gesù di Nazaret. E ne rimaniamo sconcertati come questi suoi compaesani d’allora.
1) LO SCANDALO DELLA FEDE
Gesù a Nazaret viene contestato perché si presenta senza “numeri” umani, né di rango, né di scienza, né di potere. “Non è costui il carpentiere?”. Non è sempre stato qui tra noi, modesto lavoratore come tutti? E la sua famiglia? Niente di straordinario! Che pretese ha ora di essere profeta e inviato di Dio? “E si scandalizzavano di lui”. Anche Paolo, nella seconda lettura, ci parla delle sue debolezze, delle modeste risorse del suo apostolato, anzi di inceppi legati ad una sua malattia che lo rendeva meno brillante nella predicazione.
E’ il Regno di Dio che si presenta a noi piccolo “come un granellino di senapa”, anzi rivestito di tutti i condizionamenti umani pieni di fragilità e a volte di peccato.
Ma il metodo esprime il contenuto. La fede ci appare vestita di povertà perché Dio stesso “da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8, 9). Il cuore della nostra fede è la croce, l’estrema povertà di un Dio che condivide la nostra sorte più estrema, l’amore di un Dio “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,31), perché “non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13).
Un Dio, il nostro, che per esprimere il suo amore – dicevamo, non la sua potenza -, s’è voluto mettere all’ultimo posto perché nessuno si sentisse a disagio davanti a Lui. Questa è la lezione dei trent’anni passati da Gesù a Nazaret.
Dio s’è vestito di carne per essere storia. Storia nel senso più semplice: e cioè FATTI, non parole. Che Dio ci sia, che Dio ci voglia bene, sono i fatti a dirlo, è una storia precisa a documentarlo, la storia di Israele, la storia di Gesù, la storia – oggi lo vediamo bene – della Chiesa, di un popolo così longevo e vitale (e benefico…, e globalmente sano in umanità!) chiaramente solo perché un Dio lo guida e lo sostiene!
Non è una teoria, una ideologia, una gnosi il cristianesimo; è una storia che ha cambiato e cambia la storia di noi uomini dacché Dio s’è accompagnato ai nostri giorni per guidarli e aprirli ad un nuovo destino.
2) LA FEDE NECESSARIA
Di fronte a un Dio così – fuori dalle nostre logiche umane – è assolutamente necessaria la fede. Gesù la esige sempre dai suoi interlocutori, e quando s’accorge di trovarsi davanti a incredulità o superficialità, si blocca, diviene impotente: “E non vi poté operare nessun prodigio”. Questi di Nazaret sono senza fede: “E si meravigliava della loro incredulità”. Vuol dire che la potevano avere, e quindi ne erano colpevoli. Per questo dice loro con amarezza e sarcasmo: E’ proprio vero “che un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.
Forse è la risposta puntigliosa per quando erano venuti a prenderlo perché lo dicevano “fuori di sé” (cfr. Mc 3,21). Ma è scritto: “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Si costata bene anche oggi come spesso le più gravi difficoltà vengono dall’interno della Chiesa non da fuori!
In che consiste allora questa fede che è richiesta per la salvezza? Anzitutto è libertà da preconcetti, da tradizioni e schemi propri rispetto alla sorpresa e novità di Dio.
Gesù accusava i farisei di credere più alle tradizioni degli uomini che alla vera Legge di Dio; oggi ancora quanti si lamentano delle novità conciliari per una pigra viscosità che li lega alle proprie abitudini irriflesse e mai verificate sulla Parola di Dio (compresi i nostalgici del latino…!). Fede è poi libertà da pregiudizi e pretesti, per saper andare al di là del rivestimento umano e ricercare sinceramente Dio. Persino di Gesù hanno avuto da dire: che era un mangione, un beone, un satana, un eretico…; quanto più si troverà sempre da dire allora della Chiesa, dei preti, dei non sempre fervorosi e coerenti cristiani che siamo noi!
Ma è fede immatura quella che non sa andare all’essenziale; ed è fede insincera quella che si attacca ai limiti dell’ambasciatore per rifiutare il dono che porta a nome di un Altro!
Più profondamente la fede è un atto di rischio, di fiducia, di amore in definitiva. Paolo si lamentava col Signore di non poter contare troppo su successo ed efficienza nel suo ministero. “Ti basta la mia grazia – si sente dire -; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Quanto meno di fascino umano c’è, tanto più puro è l’affidamento a Dio.
Capita anche oggi che si faccia gli schizzinosi con le mediazioni autorizzate di Dio, e si ricerchino preti e maestri dall’autorevolezza umana, culturale, carismatica, o semplicemente più compiacente! Tutte agenzie illegittime quelle che non fanno riferimento al Papa, al vescovo e al parroco!! Paolo ebbe molto a soffrire per dei suoi cristiani che seguivano predicatori di maggior fascino. Ma conoscendo la logica della croce diceva: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie dobolezze, purché dimori in me la potenza di Cristo”.
Tradotto significa: fortunati quelli che sanno credere non per me prete, ma nonostante me, perché allora si attaccano solo a Dio! “Quando sono debole, è allora che sono forte”.
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Alla fine la fede – e quindi la salvezza – è tutta responsabilità nostra. “Ascoltino o non ascoltino – ci dice il Signore oggi nella prima lettura – sappiano almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Dio non farà mai mancare i suoi portavoce, anche se osteggiati e perseguitati. Come Cristo, sono “posti per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). A ognuno quindi la sua responsabilità e la sua scelta. Ad ognuno il suo destino! Leggi il seguito di questo post »
Dopo che Gesù ha chiamato a sé i suoi discepoli, li ha tenuti con sé per far scoprire qualcosa del suo mistero; ora li invia – li fa apostoli – perché portino ad altri l’esperienza dell’incontro con Dio fatta nella sua persona.
Dalla sequela, alla comunione, alla missione: questo è l’itinerario della Chiesa e di ogni cristiano. Se non arriviamo fin qui, fino alla missione, la nostra identità di battezzati è monca.
A quei primi missionari s’è aggiunta lungo i secoli una schiera innumerevole di testimoni del vangelo, che hanno fatto giungere fino a noi quel dono di Dio offertoci da Gesù. Tocca a noi prenderne in mano la fiaccola ora, per trasmetterla all’oggi e al domani in quella corsa del vangelo fino alla fine del mondo.
Le indicazioni di metodo e di contenuto date da Gesù a quei primi, valgono quindi anche per noi oggi che ne siamo i diretti continuatori.
Oggi il vincitore é: la Chiesa Episcopale inglese (http://www.openepiscopalchurch.com/) che si proclama cattolica, ma che di cattolico ha ben poco!
Cosa fanno questi signori? Spediscono per posta l’ostia consacrata (che poi consacrata non é perché usano i litri liturgici cattolici, ma cattolici non sono) a chiunque lo richieda.
Gesú é per tutti, dicono. Quindi anche satanisti, ci tengono a precisare, oltre a omosessuali, drogati, divorziati e ladri (perché i divorziati sono alla pari degli altri? Non mi sembra carino) che potranno scegliere tra una sola ostia consacrata o un pacco da 500 ostie, per la modica cifra di 10 sterline (costi di spedizione).
Perché lo fanno? Dicono per aiutare i credenti che non hanno tempo di andare in Chiesa….
Dimenticavo, a questa chiesa ci si puó iscrivere via Internet. Perché catecumenato, sacramenti, vita di comunitá… tutte balle! Un click e sei a posto, due click e ti arriva l’ostia a casa.
dal vangelo di Luca (23,33): Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l`altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.
Mio Dio, io credo adoro e spero e Ti amo.
Ti chiedo perdono
per coloro che non credono, che non adorano , non sperano e non Ti amano