Intervista al Primate Erdő Péter, “La fede dopo il comunismo”

Budapest, la fede dopo il comunismo
di Luigi Ganinazzi

È il cardinale più giovane del mondo, un’etichetta che gli suscita “una gioia timida”. Ed anche “un po’ di curiosità per tutto quello che mi si spalanca davanti – dice sorridendo- senza alcuna angoscia ma con grande fiducia nella grazia divina”. Una carriera fulminante quella del cardinale Péter Erdő, 51 anni, ecclesiastico e intellettuale apprezzato anche dagli ambienti laici. Rettore dell’Università cattolica di Budapest fino al 20O2, ha stretto legami d’amicizia e di collaborazione con l’Ateneo di largo Gemelli a Milano dove ieri è stato invitato a tenere la prolusione al corso d’introduzione alla teologia.
Eminenza, il suo nome e la sua attività sono legati strettamente all’università cattolica di Budapest, nata all’indomani della caduta del comunismo. Perché questa scelta?
Beh, a dire il vero non si è trattato di una scelta. Nel 1989 la Chiesa cattolica in Ungheria non si trovava nella situazione di poter fare delle scelte e di fissare strategie. Mancavano le strutture e le forze. Potevamo solo approfittare delle nuove circostanze che si erano venute a creare. Ad esempio, ci siamo trovati a gestire un gran numéro di scuole cattoliche che erano state sopprèsse durante
il regime comunista. Ma non disponevamo di nuovi insegnanti. Il corpo docente spesso era lo stesso di prima

Nella nuova Ungheria democratica è stato riconosciuto il principio fondamentale della libertà d’educazione e quindi della libera scelta delle famiglie che possono mandare i propri figli all’università cattolica senza alcun onere finanziario. In Italia ne siamo ancora lontani. Arrivando alla Cattolica di Milano si è sentito circondato da un po’ d’invidia?
Non so se davvero è il caso che l’Italia ci invidi. In Ungheria non è rimasto nulla del patrimonio ecclesiastico che era stato confiscato dal regime comunista e che, fino al 1950, costituiva la fonte di finanziamento delle istituzioni cattoliche. E non c’è stato alcun risarcimento di quanto venne espropriato. In questa situazione le scuole cattoliche non sarebbero esistite senza il sostegno concreto dello Stato, poichè nè la chiesa nè i singoli cittadini erano in grado di farsene materialmente carico“.
Cosa ha significato l’idea di una cultura cattolica nell’Ungheria post-comunista?
La prima sensazione è stata quella di una certa nostalgia per una tradizione di grande spessore intellettuale sommersa dal grigiore comunista. Ancora oggi è difficile trovare fra i credenti laici qualcuno che sia in grado di valutare un documento vaticano o di capire a fondo un’enciclica. Nell’insegnamento ideologico del comunismo non c’era molto spazio per materie come la lingua latina o il diritto romano, e certi periodi storici, il MedioEvo ad esempio, non venivano approfonditi. All’inizio abbiamo dovuto cercare gli insegnanti fra gli ecclesiastici e i laici più anziani, in seguito ci siamo rivolti a giovani che avevano studiato all’estero. Ma l’obiettivo era chiaro: la Chiesa doveva rimettersi in dialogo con le scienze moderne a partire dalla propria tradizione culturale“.
L’Ungheria è una delle società più secolarizzate dell’ Est ~ Europa. A suo avviso qual è il compito più urgente che la Chiesa ungherese deve affrontare?
Dobbiamo rafforzare l’attività pastorale di base che è la sostanza della missione evangelizzatrice della Chiesa. Negli ultimi anni è cresciuta la presenza pubblica della Chiesa. E’ cresciuta a tal punto da oscurare un po’ l’altro aspetto, quello della missione di base
Su chi può contare per questo rilancio?
Purtroppo abbiamo pochi sacerdoti. Pensi che in tutta l’Ungheria ci sono soltanto 2 mila preti per 6 milioni e mezzo di cattolici (oltre il 60 % della popolazione). Solo grazie all’aiuto di sacerdoti stranieri, soprattutto polacchi, francesi, italiani, la nostra Chiesa riesce a svolgere le sue funzioni pastorali. La strada che stiamo percorrendo è quella di un maggior impegno dei laici, in particolare gli insegnanti di religione. E per fortuna in Ungheria sono presenti i movimenti ecclesiali che collaborano attivamente con le parrocchie“.
L’immagine della Chiesa ungherese sotto il regime comunista è quella di un’istituzione molto compromessa col potere. Pesa ancora quel passato?
Certamente la Chiesa di quei tempi non è stata un soggetto autonomo nel suo agire, anche se c’era chi tentava di resistere. Ma io vorrei sottolineare che proprio in quella tragedia si nascondeva un tesoro. Mi riferisco alla ricchezza spirituale di chi ha conservato la fede in quelle difficili condizioni e ha saputo trasmetterla a figli e nipoti. E’ questa terza generazione di credenti che mantiene vivo il cattolicesimo ungherese“.
L’Ungheria sta per compiere il grande balzo nell’Unione Europea. Come guarda la Chiesa a questo storico passaggio?
Diciamo la verità: trai fedeli ci sono forti timori perchè associano l’immagine dell’Unione Europea alla negazione dei valori cristiani, all’ eutanasia, alla crisi istituzionale del matrimonio e così via. Senza il cristianesimo l’Europa resta senza cuore. Ma dobbiamo essere realisti: l’Unione Europea è il nostro destino, non si può restarne fuori. Ci sono rischi e opportunità“.
Qual è la sua opinione personale?
Io credo fermamente all’Europa dell’umanesimo cristiano, all’Europa che respira a due polmoni come ci richiama sempre Giovanni Paolo II. E per un piccolo Paese come il nostro è fondamentale ritrovarsi con altre nazioni in un insieme organico, dentro una prospettiva di autentica riconciliazione“.

Avvenire 27-11-03

Annunci