Il dire ed il fare – IX Domenica Tempo Ordinario

Il tema delle due vie è antico quanto la sacra Scrittura. L’esperienza nomade del popolo di Israele ne sta all’origine: Israele, infatti, è stato chiamato costantemente a scegliere tra la via che conduce alla meta e quella che conduce allo sbandamento e all’idolatria. Un vocabolario che si basa tutto sul termine «strada» esprime l’esperienza del popolo eletto: traviamento, pietra d’inciampo, conversione o ritorno alla strada giusta, guida che indica la via, e tracce seguite dal popolo.

Le due vie
Il tema delle due vie si ritrova, nel Nuovo Testamento, più spiritualizzato ma non meno esigente. Il cristiano deve scegliere tra la «via stretta» che coincide con il piano di Dio e la «via larga» che non si preoccupa di Dio, tra Dio e Mammona, tra lo Spirito e la carne, tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre… I primi cristiani, indicando il Cristo e la Chiesa con il termine «via», manifestavano la loro volontà di lasciare la via dello sbandamento per affidarsi alla guida di Gesù, alle indicazioni della sua Parola e alla economia sacramentale della Chiesa.
Il vangelo, a conclusione del discorso della montagna, esprime, in altra forma, il tema delle due vie, dei due atteggiamenti di fronte alla parola di Dio. Esso trova la sua unità nella parola «fare», «mettere in pratica». Bisogna «fare» la volontà del Padre che è nei cieli (v. 21), bisogna «mettere in pratica» le parole ascoltate (tema della parabola dei due figli: Mt 21, 28-30). Anche la parabola delle due case costruite sulla roccia o sulla sabbia verte sull’opposizione fra «ascoltare» soltanto e «mettere in pratica». Non c’è religione cristiana senza una scelta concreta (la via), e non c’è scelta concreta senza impegno attivo (fare e non parlare soltanto).

La verifica della vita cristiana
La verifica non avviene sul piano delle parole, delle velleità, delle sterili e buone intenzioni che non si attuano mai. La sola parola infatti non è sufficiente: è troppo sfuggente, sottile, subdola; incanta e nasconde, illude e suggestiona. Il metro di verifica è nel «fare». L’azione e più facilmente controllabile, si scontra inevitabilmente con le cose e con gli avvenimenti, rivela ciò che uno veramente è. L’azione può fallire, ma difficilmente riesce a nascondere il proprio fallimento. I fatti sono una pubblica testimonianza: ci giudicano per quello che siamo, ci assolvono o ci condannano molto più delle nostre parole. Le azioni sono, anzi, una «prova» delle nostre parole.
Eppure si può barare in due modi: sfornando parole vuote e dichiarazioni inutili, ma anche ammucchiando azioni senz’anima. Anche le azioni e le opere possono illudere e diventare occasione di compiacenza farisaica, di sicurezza, di ostentazione. Se, da una parte, Gesù mette sull’avviso coloro che si fermano alle parole e alla sterile invocazione del nome di Dio, dall’altra non risparmia i suoi «guai» a coloro che confidano nelle opere, che pensano di essere salvati dalle «pratiche» e dalla osservanza vuota delle Tradizioni e della Legge senza agire per Dio.
«La fede deve essere integrata nella vita, cioè la coscienza del cristiano non conosce fratture, ma è profondamente unitaria.
La dissociazione tra fede e vita è gravemente rischiosa per il cristiano, soprattutto in certi momenti dell’età evolutiva, o di fronte a certi impegni concreti» (RdC 53).

Né verbalismo né efficientismo
Se la nostra fede non può essere ridotta al «dire», ad una preghiera staccata dalla vita, bisogna, tuttavia, ricordare che essa non coincide neppure con il «fare». Questo va ricordato specialmente oggi, quando tutto nella società ci porta a misurare i valori e gli avvenimenti e le persone in base al criterio dell’efficienza, del successo, del profitto, dell’avanzamento nella carriera…, in base cioè ad un «fare» che non ha niente di evangelico. Il «fare» del vangelo non ha nulla a che vedere col concetto di «efficienza» e di «riuscita», anzi, molto spesso è un «fare» che, dal punto di vista umano, è coronato dall’insuccesso e dallo scacco più paradossale.
Umanamente parlando la vita di Cristo non si concluse col successo, ma con il più umiliante fallimento: la condanna, l’abbandono dei discepoli, la morte infamante sulla croce. Ma è proprio in questo insuccesso che affonda le sue radici il mistero della salvezza e il trionfo della Pasqua.

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