Gesú chiama Matteo, il Pubblicano

X dom. TO 8 giugno 2008

Venuto per i peccatori

Ci sono alcune categorie di persone nel vangelo verso le quali sembra che Gesù abbia una vera allergia, una istintiva incompatibilità di carattere: sono coloro che si ritengono «giusti». Di fronte a loro Gesù si sente disarmato e quasi inutile. Non può entrare in dialogo con loro, perché si sentono «a posto», non hanno bisogno di salvezza né di perdono. Sono persone aride, incapaci di andare al di là della giustizia; la loro religione è quella del «io do, perché tu mi dia».
Gesù ha dipinto il loro atteggiamento nella parabola degli operai della vigna (Mt 20,1-16) che si lamentano della generosità del padrone verso gli ultimi arrivati. Nella parabola del figlio prodigo essi rivestono i panni del figlio maggiore geloso della bontà del padre verso il figlio che ritorna a casa (Lc 15,11-32). Il loro ritratto è quello del fariseo che «paga» a Dio anche la più piccola tassa, ma disprezza cordialmente e giudica dall’alto della sua «giustizia» il pubblicano che invoca misericordia (Lc 18,9-14).

Dio cerca l’uomo
A una religione ridotta alla giustizia dell’uomo, Gesù oppone una religione fondata sulla misericordia divina (vangelo). Citando Osea (prima lettura) egli ricorda che i profeti hanno già ricusato il valore dei riti, anche se perfettamente eseguiti, e l’osservanza meticolosa ma esteriore della Legge, a favore di una religione di amore e di misericordia.
Le simpatie di Gesù vanno, invece, verso i peccatori, i disprezzati, gli «scomunicati» del suo tempo, coloro che le persone perbene non osavano nemmeno frequentare per non contaminarsi. Lo accusano come amico dei pubblicani e delle peccatrici. Ma Gesù risponde loro dicendo che pubblicani e prostitute li precederanno nel regno dei cieli, e frequenta le loro case incurante delle reazioni scandalizzate che suscita nei benpensanti. Prendendo parte alla stessa mensa con i peccatori, Gesù non solo si pone accanto a loro, ma comincia a realizzare quello che prometteva: «Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre» (Mt 8,11-12).

Gesù predilige gli emarginati e gli esclusi
Ogni volta che nel vangelo il Cristo prende la figura dei «Radunatore», rivolge la sua convocazione specialmente alle categorie scartate dalle assemblee ebraiche. «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi…, perché la mia casa si riempia» (Lc 14,21.23). L’assemblea ebraica escludeva queste persone: «Il cieco e lo zoppo non entreranno nella casa» (2 Sam 5,8), come escludeva i pubblicani e i peccatori. Questi sembrano essere invece gli invitati privilegiati di Gesù, perché egli è Gesù, «Salvatore».
Questo aprirsi di Cristo a tutta l’umanità peccatrice nel desiderio di portare tutti alla salvezza, incontra resistenza e suscita scandalo anche oggi. Esiste infatti anche oggi una tendenza a rinchiudersi in piccole oasi di fervore religioso, a considerare o a desiderare una Chiesa fatta di «puri», di persone scelte, impegnate. Il segno della propria fede non si realizza appartandosi, o dividendo gli uomini in «giusti» e «ingiusti», in «buoni» e «cattivi», in «vicini» e «lontani». Senza dire, poi, che molte volte il termine di paragone e di confronto per stabilire queste divisioni è soltanto la pratica esteriore, l’appartenenza sociologica, cioè l’identificazione della vita di fede con il culto, la pratica, l’osservanza. Questo atteggiamento risente di una certa mentalità farisaica, che Gesù ha rifiutato.

Non si può razionare la misericordia
Una certa mentalità farisaica può mescolarsi (almeno come tentazione) in una prassi pastorale molto esigente sul piano dell’amministrazione dei sacramenti, troppo facilmente pronta a negare un sacramento là dove non riscontra disposizioni del tutto positive, quasi che i sacramenti non siano gesti di amore e di misericordia di Gesù, il quale non spegne mai il lumicino fumigante né spezza la canna incrinata.
Anche la celebrazione eucaristica deve superare ogni tentazione isolazionista. Quando si pone come elemento di divisione tra chi è «dentro» e chi è «fuori», non realizza la sua realtà di segno dell’assemblea messianica ed escatologica che raduna tutte le genti. Non è più segno di comunione, ma di scomunica… Per questo i primi cristiani hanno visto nell’Eucaristia non soltanto il sacramento del corpo e del sangue di Cristo, ma anche un sacramento del perdono, perché l’assemblea non è composta solo di sani, ma soprattutto di malati, non solo di giusti, ma specialmente di peccatori aperti al Salvatore.

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