Abbiamo dimenticato che dobbiamo morire

di Domenico Grasso S.J.  (La Civiltà cattolica. 2 aprile 1983.)

Vittorio Messori ha fatto di nuovo centro. Scommessa sulla morte è il seguito logico e coerente di Ipotesi su Gesù; uscito nel 1976, e che costituì un autentico successo. In Italia si vendette in centinaia di migliaia di copie, mentre all’estero le traduzioni si susseguirono con un ritmo e in quantità insolita per un autore italiano. Siamo certi che anche questa seconda fatica dello Scrittore modenese riscoterà un interesse non minore. Struttura del!’opera : Il volume, diviso in tre parti, si apre con una significativa citazione di Pierre Chaunu: «Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine su circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0.2%) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi».

È un fatto che fa pensare. Il problema che dà un senso alla vita, è stato relegato nell’ombra, come qualcosa che va da sé, e sul quale non mette conto interrogarsi, tanto è secondario. Un fenomeno da ignorare perché potrebbe disturbare il godimento di quel po’ di felicità che la vita ci offre insieme a tanti dolori. E invece -dice l’Autore, citando C. G. Jung- «un uomo che non si ponga il problema della morte e non ne avverta il dramma ha urgente bisogno di essere curato» (p. t 6). E commenta: «Reprimere è la terapia peggiore per ogni problema, specialmente se tormentoso. Non c’è possibile via di salvezza, se non nell’affrontarlo» (ivi). Il Messori stesso ci dice come ha lavorato al tema: «Le pagine che seguono sono il risultato di un’avventura imprevedibile ai suoi inizi. Il mio proposito era infatti questo: segnalare quanto le pur verbose culture oggi dominanti tacciono (né possono fare altrimenti) sul problema di un senso per la vita e per la morte; esaminare poi se e in che modo l’antica “escatologia” cristiana fosse anche una risposta credibile a quelle domande. Intendevo cioè scoprire… che ci sia dietro quelle vecchie parole divenute oggi quasi impronunciabili, anche per tanti credenti: “paradiso”, “inferno”, “purgatorio”, addirittura “diavolo”, “angeli” e così via. A questo progetto ho lavorato anni, con lo sforzo di chi è consapevole della terribile complessità del problema con lo stento di chi vuole, deve farsi divulgatore ma al contempo aborre la faciloneria e il semplicismo del dilettante» (pp. 19-20). Ma lungo il cammino si è accorto che i contenuti del problema erano troppo vasti e complicati. Per questo s’è limitato a esaminare l’escatologia cristiana nei suoi riflessi sulla vita di quaggiù, rimandando a un’altra eventuale trattazione quelli dell’aldilà.

Come si vede l’Autore ha lavorato sodo. E il lettore se ne accorge fin dalla prima parte, che s’intitola: Cause. Una serie di citazioni a getto continuo, costellano la prosa del Messori, mostrandoci la vastità della sua cultura e la capacità di usarne al momento giusto. Tra le tante, citiamo: «La morte appare come una dura vittoria della specie sull’individuo… L’individuo tuttavia non è che un essere genericamente determinato, e come tale immortale» (K. Marx, pp. 25-26); «Se la morte non ha un senso, allora neanche la vita ha senso. La ricerca di un indirizzo da dare alla vita dev’essere in ogni caso preceduta dalla ricerca del significato della morte, per quanto lontana essa sia» (J.-P. Sartre, p. 28). Sono citazioni di marxisti. Ma l’Occidente capitalista non è meno chiaro. Herman Feifel, uno psicologo nordamericano, è stato minacciato di esclusione dall’albo professionale, perché sosteneva la necessità d’interrogarsi sul senso della vita e della morte: «La sua università l’ha licenziato col pretesto che la ricerca non era scientifica, ma sadistica, crudele, traumatica» (p. 48). «La morte è esorcizzata in tutti i modi. Essa dà fastidio alle società più avanzate, le quali cercano di attenuarne il più possibile la drammaticità, tanto che negli ospedali si lascia morire il malato, in quanto è possibile, senza che se ne accorga. La paura della morte e il conseguente proposito di non parlarne è imposto da questa società» (p. 53). «Essa tende a trasformare il dolore e la sofferenza in un problema tecnico, e in tal modo spoglia la sofferenza del suo intrinseco significato personale» (I. Illich, p. 65).

Nonostante questi sforzi, però, il problema rimane in tutta la sua profondità. La morte trionfa senza temere rivali, anzi mai essa è stata così «vittoriosa» come oggi, quando il progresso tecnico ha creato tante nuove occasioni di morte. Basta pensare a quanti muoiono in incidenti stradali.
La seconda parte – intitolata: Effetti si apre con due citazioni: la prima di sant’Agostino, il quale dice che gli uomini hanno visto il problema ma non la sua causa. La seconda è di Cesare Zavattini: « Il capufficio diceva all’impiegato: le proibisco di pensare alla morte durante le ore di lavoro».
Sono due citazioni che rendono bene il senso di questa seconda parte del volume. Appunto perché l’uomo moderno, a qualsiasi ideologia appartenga, ha paura della morte, egli fa di tutto per non pensarci. Si trovano in proposito alcune osservazioni veramente penetranti, che mostrano quanto l’Autore conosca la società moderna e sappia leggerne le aspirazioni e i timori. L’uomo moderno non vuol porsi il problema della morte o perché ne teme la soluzione, o perché lo ritiene insolubile.
“Non sappiamo il perché del nostro vivere e morire -dice Arrigo Cajumi-, non sappiamo che mai siamo venuti a fare quaggiù: quindi cerchiamo di passare il tempo nel modo più consono ai nostri gusti. Io non ho altra morale: anzi sono pronto ad applaudire chi, nato per fare il collezionista di francobolli o di porcellane, non ha che questo scopo nella vita” (p. 88). ‘
La citazione è emblematica d’una mentalità quanto mai comune: i problemi, specialmente quelli fondamentali (e la morte è uno di questi), si risolvono negandone l’esistenza. Indubbiamente ha ragione il Messori quando dice che un problema «insolubile» non è un problema «inesistente» (p. 89). Eppure è un fatto che quanto più si cerca d’ignorarlo, tanto più esso diventa presente, per non dire assillante, alla nostra coscienza. Uno scrittore americano, Cristopher Isherwood, dice molto bene: «Non serve credere che, se tentiamo di ignorare qualcosa abbastanza a lungo, questo finirà con, lo sparire da solo» (p. 137). E l’Autore commenta: «Anzi qui più si aspetta, più il problema diventa incombente» (ivi).
Bisogna, dunque, affrontare il rischio della ricerca. Si tratta di un dovere e di una necessità per ogni uomo. Ma dove cercare, e come? Non certo nella filosofia, che s’è mostrata incapace di dare una risposta precisa, ma nelle religioni, le quali si presentano a noi come aventi appunto questo fine: cercare la risposta ai grandi problemi umani, tra i quali quello della morte. «Un fatto è innegabile: soltanto le religioni (…) si confrontano con la vita e con la morte. Solo le religioni (a differenza non solo di scienza e di politica ! ma della stessa filosofia) hanno una loro escatologia, una proposta cioè sulle nostre “cose ultime”, e con quelle sulla nostra vita intera» (p. 146 s). È la conclusione alla quale, almeno implicitamente, è giunto lo stesso Platone, in un celebre passo del Fedone. Dopo aver esposto la dimostrazione dell’immortalità dell’anima fatta da Socrate, da fare a Simmia queste parole: «Mi sembra – dice a Socrate – e forse anche a te che vedere chiaro intorno a tali problemi in questa nostra vita è forse impossibile o difficile, e tuttavia non esaminare con diligenza quello che se ne dice e rinunciare alla ricerca, prima di aver terminato ogni indagine, mi sembra sia da vile. Insomma, per tali problemi occorre o imparare da altri la soluzione o trovarla da sé, ma se questo non è possibile occorre accogliere quel ragionamento umano che sia il migliore e il meno confutabile, e lasciandosi condurre da questo, navigare per il mare della vita così come su una zattera, a meno che qualcuno non possa fare il tragitto più sicuramente e con minor pericolo su una barca più solida, affidandosi a una qualche rivelazione divina».
È proprio di questa «parola divina» che il Messori ci parla nella terza parte del suo studio – Scelte-,giustificando prima perché limiti la propria attenzione al cristianesimo. Egli riconosce quanto dì buono e di vero hanno le religioni non cristiane, ma anche le loro deficienze: «I raggi di luce, i valori venerandi che ovunque si scorgono sono però mescolati (è altrettanto doveroso ammetterlo) a tenebre fitte, a scorie, a detriti dove la sapienza convive con la superstizione, la benevolenza con la crudeltà» (p. 171). Del resto, lo stesso k. Marx ha riconosciuto che «non c’è superamento dialettico del cristianesimo», che esso è « il punto finale del pensiero religioso.
Oltre il cristianesimo, nulla» (p. 166). Ecco perché l’Autore limita la propria indagine al fatto cristiano ed, essendo questo diviso, al cattolicesimo, nel quale l’escatologia è più chiara.
E qui l’Autore, dopo aver notate e denunciate le incertezze e la confusione create da alcuni teologi postconciliari, ci dà un’esposizione (ricca di osservazioni non prive di originalità) dell’escatologia cattolica, limitata però alla sola dimensione temporale. Egli ci parla della dottrina della Chiesa sulle «cose ultime», e del suo influsso sulla vita terrena dell’uomo. Il lettore, perciò, non si deve aspettare una trattazione sul paradiso e sull’inferno. Il Messori vuol solo mostrare come la dottrina della Chiesa, in particolare quella dei sacramenti, illumini tutto il problema della vita e della morte.
Sono – a nostro parere – le pagine più belle del volume, là dove, specialmente parlando dell’Eucaristia, appare la comprensione che la parola di Dio, custodita e spiegata dalla Chiesa, dà del mistero della vita e della morte, e, di riflesso, quanto antiumana sia ogni rinuncia a cercare una risposta in proposito.
Indubbiamente la lettura di questo libro costituisce un vero «pugno nell’occhio» per quanti vogliono ignorare o liquidare con una «battuta» il problema della morte. In uno stile vigoroso e personale l’Autore costringe a riflettere su un interrogativo che ognuno porta con sé. Questo è più universale dello stesso problema di Cristo, nel senso che la conoscenza di Cristo non è ancora arrivata esplicitamente a tutti gli uomini e, perciò, non tutti si sentono obbligati a chiedersi chi egli sia; la morte, invece, è un problema universale nel senso forte del termine: interpella esplicitamente e consapevolmente ogni essere umano. Da quando esiste, l’uomo s’è incontrato con la morte, che l’ha costretto a interrogarsi sul significato della vita. Che senso ha questa realtà alla quale siamo tanto attaccati, se deve finire? Ci attende il disfacimento totale dell’essere umano, o in noi c’è una scintilla di luce destinata a non spegnersi mai, quella scintilla che ci consente di pensare e di volere, di amare e di odiare? Non c’è problema più urgente di questo, perché l’uomo sa di vivere una volta sola. Ma ne vale la pena?
La risposta proviene dall’esame del fenomeno della morte e dalla soluzione che a esso si dà. In fondo, lo stesso problema di Cristo ci riguarda così da vicino, proprio perché interferisce profondamente con quello della morte.
Cristo interpella ogni uomo che viene all’esistenza, perché ogni uomo s’interroga se la vittoria di Gesù sulla morte, della quale parlano i suoi discepoli, sia vera o non piuttosto un mito, destinato a dissolversi sotto i colpi della ragion critica. Se il senso della vita dipende dal senso della morte, dipende da Gesù: l’unico uomo uscito vivo dal sepolcro, con un corpo trasformato da corruttibile in glorioso, che promette la stessa sorte a quanti credono in lui. Il Messori fa sentire tutto questo con una forza, anche stilistica, veramente notevole.

Qualche rilievo
Sulla concezione della Chiesa avremmo desiderato una chiarezza maggiore. Il Messori, che è un convertito, sente profondamente la difficoltà che essa pone. Egli distingue tra la chiesa con la minuscola e la Chiesa con la maiuscola (p. ;06), cioè tra la chiesa che «tutti vedono, e spesso non è un gran bel vedere» e la Chiesa che «non tutti vedono, quella che solo la fede può distinguere al di là della pesante facciata». Per spiegarsi cita sant’Agostino che ricorre all’analogia della luna nuova, nella quale «la faccia rivolta verso di noi è oscura, ma pur senza vederla credi che c’è un’altra faccia illuminata dal sole» (p. 306). Qualche pagina dopo aggiunge: «Tutto -tradizione familiare, studi, amicizie, gusti intellettuali- tutto mi rende non di rado penoso convivere con certi aspetti del cosiddetto “mondo cattolico”. Che non è la Chiesa, d’accordo, ma ne è tanta parte del mondo visibile. Davanti a quel mondo (a cominciare da quegli equivoci “partiti cattolici” o “di cattolici” che osano innalzare una croce nel loro stemma e la cui funzione principale sembra sia l’onorare il cristianesimo a parole e il diffamarlo con i fatti) il senso di estraneità può trasformarsi in allergia, in reazione di rigetto» (p. 209).

Indubbiamente la Chiesa non è come noi l’avremmo voluta. In essa che poi siamo noi – ci sono tanti difetti e peccati. Ma potrebbe essere diversamente? Se Gesù voleva destinare la sua Chiesa «a ogni creatura» (Mc 16, z S ), se voleva la salvezza di tutti gli uomini (i Tm 2,4) non «individualmente», ma «in un popolo» (Lumen gentium, n. 9) e mediante la fede e i sacramenti della fede, doveva contentarsi di una Chiesa fatta di santi e di peccatori, di intelligenti e di stolti, di furbi e di sinceri. Gli uomini sono proprio così! Gesù stesso lo spiegò nelle parabole del grano e della zizzania che crescono insieme, delle vergini stolte e delle vergini prudenti, del fattore infedele e della vedova che si rallegra per aver trovato la dracma perduta. E mostrò di prendere queste parabole sul serio, quando a fondamento della sua Chiesa scelse dodici pescatori, rozzi e ignoranti, tra i quali c’erano un traditore, un rinnegatore e per i quali il discorso più importante era a chi di loro spettasse il primo posto.
Se di «rigetto», anzi di scandalo, vogliamo parlare, queste parole vanno dette -che Dio ci perdoni- di Gesù Cristo. E lui il vero «scandalo», è di fronte a lui che avvertiamo il fenomeno del rigetto. Accettare che sia Figlio di Dio un uomo, grande finché si vuole, ma che all’anagrafe era figlio di Giuseppe e di Maria, è chiedere alla nostra mente un atto veramente arduo. Per fortuna, Gesù stesso se ne accorse e lo disse apertamente. Ai discepoli di Giovanni il Battista che lo interrogavano se egli fosse colui che doveva venire o se bisognava aspettarne un altro, rispose dando segni della sua messianicità ma, nello stesso tempo, pronunciando la più sconcertante delle beatitudini: «Beato chi non si scandalizzerà di me» (Mt I t,6).
Quanto ciò fosse vero lo sentì san Paolo, per il quale Cristo era (scandalo per i giudei e follia per i pagani» (1^ Cor I,23), e lo sperimentò lui per primo quando, di fronte alla sapienza pagana di Atene, ebbe «vergogna» anche solo di pronunciare il nome di Cristo. Certo egli superò questa « vergogna»,ma quanta fatica gli costò! È sintomatico ch’egli scriva ai cristiani di pregare per lui, perché non avvenisse che, dopo d’aver predicato la fede agli altri la perdesse egli stesso (I Cor 9,27). E proprio nelle Chiese da lui fondate il grande Apostolo aveva fatto l’esperienza di quel «mondo cattolico» che provoca il fenomeno del «rigetto»: si pensi alle fazioni esistenti a Corinto (I Cor I,11-12) e a quanti a Filippi predicano il Vangelo «per aumentare il peso delle sue catene» (Fil 15-18). Dunque, il “mondo cattolico” esisteva già allora, al tempo di Gesù e degli apostoli. Giovanni Papini avrebbe voluto scrivere un’antologia su tutto il male che unti e teologi del Medioevo hanno detto della Chiesa. Noi aggiungiamo che lo scrittore fiorentino avrebbe potuto cominciare dal Vangelo, e continuare a raccogliere materiale anche dopo il Medioevo, perché nella Chiesa santi e peccatori dureranno finché il fuoco della parusia non avrà operato una selezione tra i materiali «buoni» e quelli «scadenti» (I Cor 12-15).
Il Messori dice ch’egli si trovava meglio con quelli con i quali stava prima della conversione. E evidente. Prima dì convertirsi faceva parte d’un’élìte, ora fa parte d’un popolo; «di Dio», ma sempre popolo. Il Newman, convertendosi, sapeva di dover passare dall’ambiente universitario di Oxford, dove veniva educata la migliore gioventù inglese, a quello così poco «universitario» dei lavoratori irlandesi abitanti nei bassifondi delle città inglesi. Ma quando fu certo che quei lavoratori, ignoranti e rozzi, appartenevano alla vera Chiesa, non esitò a mescolarsi con loro. È il mistero della Chiesa che non è altro se non il prolungamento nella storia di quello di Cristo. Per questo, Cristo e la Chiesa hanno avuto la stessa sorte. Come gli uomini si sono accaniti a separare in Gesù la divinità dall’umanità, così che anno fatto con la Chiesa, cercando di dire ch’era un’istituzione umana, una sovrastruttura del Vangelo, negandone la natura teandrica. Proprio su questo punto, il Concilio Vaticano II – che l’Autore conosce così bene – ha fatto opera di chiarimento, affermando che la Chiesa, per una non debole analogia è paragonata al mistero del Verbo incarnatoti (Lumen gentium, n.8). No, la Chiesa non è un «pedaggio» che bisogna pagare per avere i sacramenti. È scaturita dal cuore di Cristo pendente dalla croce (ivi, n. 3), ed è da lui amata come una sposa (ivi, n. 7). Sposa forse «capricciosa e difficile», ma da lui liberamente scelta e che non abbandonerà mai.
Finalmente, vorremmo fare un’osservazione sulla « professionalità» dell’Autore, sulla cui serietà non ci sono dubbi tuttavia, e un atto che di certe citazioni  avremmo desiderato possedere la fonte, per servircene al momento opportuno. Alcuni giudizi sono troppo belli per non conservarli nel nostro «schedario». Per esempio, avremmo amato sapere dove Marx ha scritto il suo giudizio sul cristianesimo, dove Sartre quello sulla morte, dove Camus quello sul «sogno dei laici di uccidere Dio per costruire una Chiesa». Sono piccole cose e sulle quali sorvoliamo volentieri, nel racco mandare a tutti un’opera tanto valida sul problema della morte, dalla cui soluzione dipende l’orientamento della vita.

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