Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto

da un’omelia di Giovanni Paolo II

1. “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21). Nelle parole di Marta si compendia l’universale aspirazione a una presenza che sconfigga questo nemico implacabile, di fronte a cui ogni tentativo di fare dell’uomo un assoluto crolla inevitabilmente: la morte.

Oggi, fratelli e sorelle carissimi, noi preghiamo per i defunti: in questi giorni ci rechiamo in visita ai cimiteri, quali pellegrini oranti, per implorare pace eterna ai nostri cari. Davanti a quelle tombe s’afferma dentro di noi l’aspirazione a vincere la morte, prende consistenza il respiro di eternità che abita nei nostri cuori.

Noi decoriamo, infioriamo, abbelliamo quelle tombe, perché il nostro cuore ci dice che un corpo avvolto nell’immobilità fredda della morte non è, non può essere, l’ultima parola di una vita. Un’immensa trama di progetti, di potenzialità solo parzialmente espressi, le attese di un mondo più giusto e più umano, il calore degli affetti, la fatica delle quotidiane fedeltà, tutto questo tesoro di bene non può essere murato nel silenzio implacabile del nulla.

2. Ecco perché l’umanità intera ha esultato di gioia, quando una pietra è stata rotolata dal sepolcro nuovo in un giardino di Gerusalemme, e una parola annunciata un giorno e attesa dai millenni della storia è divenuta realtà: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).

Il Signore glorioso che spalanca le porte della vita dà finalmente un senso a questo bisogno di eternità, di compimento, di pienezza che ciascuno di noi sente pulsare dentro di sé: il Dio fedele, che risuscita il Figlio solidale con gli uomini fino alla morte, infonde in noi la consolante certezza dell’immortalità.

Oggi la morte continua a mietere le sue vittime; la sofferenza e il dolore feriscono ogni giorno il corpo martoriato dell’umanità. Eppure, fra le tenebre del male, fisico o morale, risplende agli occhi del credente la luce di una promessa sicura: “Io sono la risurrezione e la vita”. Questa parola rende solida l’attesa, costante la pazienza, certa la speranza.

3. Su una così immensa moltitudine di morti oggi la Chiesa pronuncia il suo atto di fede nella vita, nel nome di Colui che è la vita. Su quanti si spensero quasi impercettibilmente in una saggia longevità, come sui bimbi, accolti nel seno del Padre prima che i loro occhi si aprissero alla luce; su coloro che la malattia ha consumato, associandoli al sacrificio dell’Agnello, come sui trafitti dalla violenza omicida; su tutti si leva, decisa, la voce della speranza: “Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 22).

Noi ne siamo certi: Cristo, che ci ama, è andato a prepararci un posto. Egli tornerà e ci prenderà con sé in un abbraccio eterno. Per questo oggi sale incessante la preghiera della Chiesa, sorella e madre, testimone del Risorto, per tutti i defunti, a qualsiasi tempo o popolo appartengano, perché dal chicco di grano caduto nella terra germogli un’attesa ricca di immortalità.

In questo giorno vogliamo ricordare in particolare tutte le vittime dell’odio e della violenza, invocando il Signore di concedere all’umanità quella pace a cui l’umanità tanto anela. (Giovanni Paolo II)

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One thought on “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto

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