La fretta di annunciare il regno

V. Mc 1,29-39
La «fretta» di annunciare il Regno

don Bruno Maggioni

La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là».
Subito: questo avverbio dice che l’attività di Gesù è segnata dalla fretta: l’avverbio subito, scandisce la narrazione e più ampiamente l’intero Vangelo. Gesù è in perenne movimento e ha molte cose da fare, a volte neppure trovando il tempo per mangiare (Mc 3,20; 6,31). Una fretta, questa di Gesù, che però non ha nulla da spartire con la fretta dispersiva e distratta che troppe volte rovina le nostre giornate. Gesù è incalzato dall’urgenza del Regno, totalmente proteso nella missione di annunciare il suo arrivo. Ha fretta e ha molte cose da fare, tuttavia trova il tempo per ritirarsi nella solitudine a pregare (1,35). Nel ritmo intenso della sua giornata non manca mai lo spazio per il colloquio col Padre (1,35).
Il racconto della guarigione della suocera di Pietro è semplice e vivace. Ma se vogliamo leggerlo con gli occhi dei primi cristiani, non dobbiamo semplicemente vedervi un prodigio, bensì cogliervi un messaggio. Due frasi sono da evidenziare: «la fece alzare» (letteralmente «la fece risorgere») e «si mise a servirlo». Alla luce delle due espressioni indicate il gesto di Gesù acquista un valore simbolico:
Gesù fa risorgere per incamminare sulla strada del servizio. Sorprendente è il breve dialogo – il primo del vangelo di Marco – fra i discepoli e Gesù: «Tutti ti cercano», dicono i discepoli aspettandosi che Egli si affretti incontro alla folla che già lo attende. Ma Gesù risponde: «Andiamocene altrove perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto» (1,37-38). Risposta sorprendente e sconcertante. «Sono venuto per» dice la ragione profonda della missione di Gesù. Egli è venuto per andare altrove. Non è venuto per una sola folla ma per tutte le folle. Nessuna folla può impadronirsi di Lui trattenendolo, nessuno può vantare nei suoi confronti una precedenza particolare. Gesù non è un Messia di parte e nessuno può dire: «È nostro». Appena qualcuno vorrebbe tenerlo per sé, Egli sfugge: deve andare altrove.
Il rapporto di Gesù con la folla può sembrare contraddittorio: Egli cerca la folla e, nel contempo, se ne separa. Ma non è un atteggiamento contraddittorio. Egli cerca le folle ed è venuto per loro, ma proprio per questo prende le distanze dagli equivoci delle folle e dai loro tentativi di strumentalizzazione. Egli deve portare il messaggio «dovunque», a tutti, e non è prigioniero di nessuno. Egli è venuto ad annunciare il Regno di Dio, non a realizzare i progetti (per lo più egoistici e di parte) che gli uomini vorrebbero sottoporgli.

Abituati come siamo ad avere tutto in diretta tv, come ci sarebbe stata bene una telecamera – vien da pensare – per riprenderci una giornata di lavoro di Gesù! Ci ha pensato l’evangelista Marco, che riprende la predicazione di Pietro: un uomo, questi, più che concreto nel descriverci fatti vissuti in prima persona. Il vangelo di oggi ci offre tre sequenze dell’attività di Gesù proprio nella casa di Pietro e nella sua città di Cafarnao. La sua giornata era un intreccio tra cura dei malati, predicazione e preghiera. Forse Gesù ha oggi da dirci qualcosa circa il contenuto anche delle nostre giornate di credenti.

1) LA GIORNATA DI GESU’
“Tutti ti cercano!”, gli va a dire Pietro. E subito lo porta a casa sua a guarirgli la suocera. Ma poi: “Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Altrove si dice che “era molta la folla che andava e veniva e non avevano neanche più il tempo di mangiare” (Mc 6,31). Dio si è immerso pienamente nella nostra umanità provando sulla pelle il peso del nostro vivere.

“Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17), commenta Matteo presentandoci Gesù come “medico per i malati” (cfr 9,12). Guarisce il male fisico come segno per l’uomo di un destino di vita; e libera il cuore dai demoni per indicare nel peccato la radice d’ogni male. Opera che ancora oggi Gesù prosegue, giungendo a toccarci con i suoi gesti sacramentali compiuti dalla Chiesa.
Ma assieme, la preoccupazione di Gesù va oltre: “Egli disse loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. Più urgente per Gesù è annunciare l’amore di Dio, liberare l’uomo dagli errori che lo rendono schiavo, spiegare che il Regno di Dio è iniziato, e che quindi il destino dell’uomo è cambiato, dilatato, fino all’eredità stessa di Dio! “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 9,36); che giova dar da mangiare a uno se poi non lo si toglie dalla disperazione e dall’assurdo col dargli anche senso e speranza del vivere? “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33).

Ma prima del predicare e prima del lavoro coi malati, Gesù pregava: “Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”. Qui la sequenza cambia registro: nel deserto, nel silenzio, nell’interiorità e intimità per un dialogo personalissimo col Padre. Dice di Gesù il punto d’appoggio, la carica, la motivazione e la forza di tutto il suo frenetico lavoro della giornata; dice la sua radice. La preghiera era il suo rifugio: “Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora lassù” (Mt 14,23). Mattino presto e sera tardi: la preghiera come cornice della giornata!

2) LA NOSTRA GIORNATA
Domandiamoci ora come sono le nostre giornate, almeno come spirito, perché siano degne di un discepolo di Gesù. “Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra?”. La pagina di Giobbe letta nella prima lettura rievoca la dura condizione dell’uomo: “A me sono toccati mesi di illusione e notti di dolore mi sono state assegnate”. Fatica, sofferenza e precarietà sono la sua esperienza amara: “I miei giorni sono più veloci di una spola”.

Ma Giobbe non dispera, pur nel suo dramma angosciante crede in un Dio buono e sapiente, e a Lui si rivolge con fiducia: “Ricordati, Signore…!”. L’uomo è come al confine tra il nulla e il tutto. Imparentato con ambedue, se fissa il primo, è angosciato; se si volge al secondo trova il coraggio di sperare. L’esperienza del nostro limite ci deve aprire alla preghiera e ad una salvezza che piena ci può venire solo dall’Alto. Quanto spazio diamo noi alla preghiera? Il cristiano è colui che in Dio ha trovato risposta e soluzione al dramma quotidiano dell’uomo!
Per cui l’annuncio di questa speranza diviene la sua prima responsabilità. “Guai a me se non predicassi il vangelo!”, proclama oggi Paolo nella seconda lettura. Proprio perché ho scoperto – per dono di Dio – la condizione difficile dell’uomo (al di là di ogni ingenuo ottimismo illuminista!), e al tempo stesso anche la possibilità di riscatto, non posso tenere per me quest’unica medicina così necessaria ad ogni mio fratello.

“Non è per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me”. L’amore di Dio, il senso della vita, la certezza di un destino eterno, una parola di speranza sul dolore…, tutto questo inconsciamente cerca anche l’uomo d’oggi, e guarda al cristiano e alla Chiesa col pretendere non risposte umane, ma il genuino deposito di verità e di grazia che Cristo ci ha affidato. Può dire ciascuno di sé di essere sale saporoso,… o non piuttosto sale scipito che non serve più a nessuno?

E sull’esempio di Cristo tale annuncio evangelico si deve tradurre in concreto in una condivisione e in un servizio di carità. San Paolo confessa oggi con orgoglio: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti; mi sono fatto debole coi deboli, mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo”. Gesù aveva giornate piene di quest’attenzione ai più bisognosi, con le mani tra gli uomini, ma con gli occhi rivolti a Dio. O più precisamente: a servizio dell’uomo col cuore di Dio! E’ lo stile, lo spirito dell’agire cristiano. Ciascuno certo nel suo stato di vita, ma tutti rinnovati e risorti per la grazia di Dio a servire i fratelli – come qui allude il vangelo di Marco parlando della suocera di Pietro, che appena guarita, “subito si mise a servirli”.

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