Vi bruceremo vivi!

Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi

NUASAI (Regione di Orissa, India sud-orientale)Della ventina di abitazioni nessuna è intatta. Da lontano appare come se l’intero villaggio sia stato devastato da un gigantesco incendio, che si è accanito a bruciare i tetti, le stalle, a ridurre in cenere la mobilia, gli infissi. Non ha risparmiato la piccola chiesa, dedicata a Santa Maria. Soltanto arrivando nell’unica strada centrale appare evidente che tutte le porte sono state sfondate, prima di venire annerite dalle fiamme, e che gran parte dei tetti in lamiera o tegole rosse sono stati perforati da decine di sassate. Molte delle pietre tirate dagli indù al momento del pogrom anticristiano sono ancora ben visibili tra le macerie sui pavimenti. In qualche caso letti, tavoli e armadi in legno sono stati trascinati tra cortili e orti per alimentare i falò.

«Vi bruceremo, vi violenteremo. Fatevi prendere porci convertiti, traditori. Ve la faremo pagare eretici dell’India. Gridavano inferociti. La polizia non c’era. Gli agenti sono arrivati solo cinque giorni dopo, quando la loro presenza era ormai inutile», racconta Damini Policha, una tredicenne dagli occhioni ancora pieni di paura, che ora vive con la madre e cinque sorelle nel campo profughi organizzato nella casa parrocchiale del vicino villaggio di Mandasur. «Ci siamo convertiti all’induismo in massa sotto le minacce. La notte del 30 agosto mi hanno scortata con i miei figli a Sibo Mondir, il tempio qui vicino dedicato a Shivah, e sono stata costretta a pronunciare le formule di rito dipingendomi la fronte. Ma in verità nella mia testa recitavo il Padre Nostro e chiedevo perdono a Gesù. Se non lo avessi fatto avrebbero ucciso mio marito, Mehir, e violentato mia figlia undicenne Mita», ci dice quasi sussurrando Naghistri Poricha, una briosa 42enne che ora ha appeso sul tetto della sua casa nel villaggio di Kalikia il drappo arancione dell’induismo per evitare che possa essere attaccata un’altra volta. Sono passati oltre cinque mesi dalle grandi devastazioni dell’estate scorsa.

Tra il 23 agosto e fine settembre oltre 50 mila cristiani furono espulsi dalle loro case, 315 villaggi vennero attaccati con danni gravissimi, furono bruciate 151 chiese o istituzioni cristiane. Nel solo distretto di Kandamal, dove ora risiedono circa un milione di cristiani convertiti via via sin dagli anni Sessanta, i morti furono una sessantina, i feriti oltre 15 mila. E ci furono diversi casi di violenza carnale contro suore o comunque donne cristiane. Oggi la polizia pattuglia strade e villaggi. Oltre 700 estremisti indù sono tutt’ora in carcere. I campi profughi sono diventati in molti casi strutture semipermanenti, pur se le festività dello scorso Natale sono trascorse tutto sommato in una quiete relativa. Le autorità hanno suggerito che non si celebrassero messe di mezzanotte e che comunque i cristiani restassero il più invisibili possibile. Ancora adesso almeno 40 mila persone rimangono accampate su grandi stuoie, che stendono la sera e accatastano lungo i muri la mattina nei centri di raccolta organizzati dalle parrocchie. I cristiani dell’Orissa sono ancora terrorizzati. Basta viaggiare per un paio di giorni tra i villaggi dispersi sulle colline di Kandamal, la regione coperta di foreste lussureggianti oltre 300 chilometri a est del capoluogo, Bhubaneshwar. Un volta questo era il cuore delle tribù animiste. Una delle regioni più povere e isolate del Paese, con un tasso di analfabetismo che ancora negli anni Settanta sfiorava il 90 per cento e la più alta concentrazione di «dalit», gli ex intoccabili, la casta più bassa del sistema sociale indiano. «Le aggressioni possono riprendere da un momento all’altro.

Negli anni scorsi avevamo già subito il ripetersi di violenze nei nostri confronti. Ma mai gravi come quelle seguite ai fatti del 23 agosto 2008. Da allora sappiamo che gli estremisti indù sono organizzati su larga scala per eliminarci. Solo chi tra di noi si riconvertirà all’induismo avrà salva la vita e potrà tornare al suo villaggio. Il problema è allo stesso tempo religioso, etnico e politico. Ci aspettiamo ulteriori persecuzioni con l’avvicinarsi delle elezioni per il rinnovo dei parlamenti regionali previste entro l’aprile 2009», sostiene padre Bijaya Kumar Pradhan, 49 anni, sacerdote nella diocesi di Reikia, un’altra delle cittadine devastate. Si consuma così un altro dramma dell’intolleranza religiosa nel mondo. In India l’attivismo del fondamentalismo indù si è fatto più acuto dopo i gravi attentati di Mumbai alla fine di novembre. Ne fanno le spese i musulmani, ma anche i cristiani e tutte le altre minoranze che con la loro sola esistenza in questo enorme Paese con oltre un miliardo e 300 milioni di abitanti mettano in dubbio l’identità indù, assieme ai suoi valori sociali, culturali e religiosi. «In questa occasione è tornata alla luce la questione mai sopita del permanere del sistema delle caste. Per chi viene dall’estero è una realtà che lascia stupefatti. Tanti, anche osservatori ben informati sui fatti indiani, scoprono nei momenti di crisi che la nascita dell’India moderna dopo la fine dell’impero britannico nel 1947 e la sua pur avanzata Costituzione laica non hanno mutato l’essenza profondamente ineguale del sistema sociale.

La filosofia indù fa delle caste il fondamento delle relazioni tra gli uomini. L’egualitarismo marxista, assieme all’idea che gli uomini sono tutti eguali di fronte a Dio propagandata da cristianesimo e islam, in realtà sono incompati bili con il credo indù», sostiene Saeed Naqui, noto scrittore e giornalista di Nuova Delhi, a sua volta figlio di una grande e antica famiglia di religione musulmana. Per i circa 25 milioni di cristiani indiani (il 2,5 per cento della popolazione) la situazione è in netto peggioramento. I gruppi indù radicali, legati ai tre movimenti più militanti (lo World Hindu Council, lo Rashtriya Swayamsevak e il Bajirang Dal) hanno da alcuni anni deciso che occorre porre fine a tutti i costi al fenomeno delle conversioni. «Il proselitismo missionario va controllato e vietato in ogni modo», dicono i suoi militanti. E non a caso colpiscono in Orissa: qui i missionari si muovono più facilmente tra i villaggi animisti più remoti e la comunità cristiana è aumentata del 65 per cento in meno di quarant’anni. Già il 24 dicembre 2007 i radicali indù avevano organizzato massicce spedizioni punitive per impedire le celebrazioni del Natale. Ma la violenza è diventata pogrom sistematico dopo la sera del 23 agosto 2008, quando nel villaggio di Jalespata venne assassinato a colpi di mitra l’ultraottantenne Swami Lakshmanananda, celebre leader del Vishwa Hindu Parishad, uno dei gruppi fondamentalisti che dal 1970 predica la necessità categorica del «ritorno alla purezza indù in tutto il Paese». Poco dopo un piccolo gruppo maoista rivendicò la paternità dell’azione. Ma il fronte indù rispose che si trattava di una «copertura ». In realtà i killer sarebbero stati assoldati addirittura dai massimi leader cristiani di Bhubaneshwar e persino Nuova Delhi. E da allora solo la massiccia presenza della polizia impedisce la ripresa delle violenze.

09 febbraio 2009

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