Sabato Santo 2009


La Chiesa questa notte veglia. Non può dormire. I motivi? Non la paura, non la preoccupazione, non qualche incubo. Ma la gioia. Una gioia che non riesce a controllare. La gioia della Sposa che, dopo aver seguito nei giorni scorsi con ineffabile affetto la passione del suo Signore, stanotte lo incontra risorto, vittorioso sulla morte, e non lo perderà mai più. Questa gioia della Chiesa – che non può non coinvolgerci – assume una nota di entusiasmo esplosivo nel canto dell’Alleluia, che taceva durante la Quaresima e ora riprende con ritmo intenso e frenetico.
La Chiesa celebra la notte santa in cui il Signore è risorto e veglia anche nell’attesa del suo ritorno glorioso, quando la Pasqua avrà il suo pieno compimento.

Tre simboli scandiscono le tre parti di questa liturgia notturna: la luce, l’acqua, il pane.<span
Su tutto domina il simbolismo fondamentale della “notte illuminata”, “vinta dal giorno”. È Cristo risorto la luce che illumina la sorte dell’uomo, liberandolo dalle tenebre del peccato e della morte.
Infatti punto di partenza della celebrazione è stato il fuoco che si accende nella notte, simbolo della vita che si sveglia. A quel fuoco si è acceso il cero pasquale, simbolo del Cristo risorto. Il cero acceso è entrato nella chiesa immersa nel buio e ha cominciato a rischiararla. Al cero pasquale hanno acceso le proprie candele i fedeli, i quali nell’incontro col Risorto vengono illuminati e diventano luce essi stessi o, meglio, lasciano trasparire la luce di Cristo risorto che vive in loro.

Poi nella chiesa illuminata a giorno la comunità ha ascoltato l'”annuncio pasquale” che è tutto un’esplosione di letizia incontenibile e celebra la bellezza unica di questa notte in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha redenti.

Riascoltarne con calma e interiorizzarne alcune espressioni, talora di un’audacia sorprendente, con cui la Chiesa non nasconde la propria meraviglia, il proprio incanto, la propria emozione davanti all’evento così grande e inaudito: ecco un esercizio prezioso che ci consente di condividere l’esperienza più profonda che la Chiesa fa del mistero pasquale: “O immensità del tuoi amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio! Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto con la morte del Cristo. Felice colpa che meritò di avere un così grande redentore!…O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”.

Se ogni nascita di uomo è sempre e in ogni modo un lieto evento, il ritorno di un uomo alla vita, anzi il suo passaggio alla vita umana supremamente perfetta, è un evento lieto di una portata così unica e superlativa che è impossibile trovare parole per esprimerla.

Ha fatto seguito poi una lunga liturgia della Parola: luce e nutrimento che il Signore ci ha donato con grande abbondanza. Diversi brani della Sacra Scrittura, intercalati da salmi e cantici, illustrano le varie tappe della storia della salvezza, la storia dell’amore di Dio per gli uomini: la creazione, la sua relazione con Abramo, il passaggio del Mar Rosso etc. Tutti eventi e promesse che prefiguravano e annunciavano l’avvenimento decisivo della morte-risurrezione di Gesù e il nostro battesimo (cfr. Rm 6, 3-11).
Ma tutta questa storia convergeva al momento narrato dal Vangelo (Mc 16,1-8). Anche noi come le donne ci siamo recati al sepolcro, l’abbiamo trovato vuoto e abbiamo ascoltato come loro l’incredibile annuncio:
“Non abbiate paura! Voi cercate Gesù nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui…Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Abbiamo il dono di rivivere l’esperienza, la sorpresa di quelle prime testimoni. La tomba è vuota! Una delle vittime senza numero, che la morte ha falciato e tiene prigioniere, ora manca all’appello. È sfuggita. Anzi, la sua vittoria sopra la morte è garanzia e promessa sicura che tutte le altre sue innumerevoli vittime riporteranno vittoria sopra di essa. Per la prima volte nella storia di allora e di sempre un uomo era uscito dal sepolcro per non tornarci più. La morte era dunque sconfitta per sempre: “Cristo risuscitato dai morti non muore più”. (Rm 6,9). Quelli che gli appartengono condivideranno la sua stessa sorte: “Io credo, risorgerò. Questo mio corpo vedrà il Salvatore”. Ecco l’avvenimento che ha cambiato in modo radicale il destino degli uomini. Ecco la notizia che anche su un volto devastato dal pianto può far fiorire il sorriso: un uomo, che ha sperimentato la morte, l’ha vinta e ora è nostro contemporaneo, è il Vivente in mezzo a noi. E noi possiamo incontrarlo come è accaduto ai primi testimoni.

La Chiesa celebra parallelamente, anzi congiuntamente, la risurrezione di Cristo e la risurrezione dei cristiani mediante il battesimo.

Segue a questo punto una liturgia battesimale. È il simbolo dell’acqua. Come ricorda san Paolo, (Rm 6, 3-11), nel battesimo una persona viene accolta nella comunità credente, dove incontra il Cristo risorto che la unisce a sé e all’avvenimento della sua morte – risurrezione e le comunica i frutti del mistero pasquale: rigenerazione, liberazione dal peccato, rapporto intimo con Lui e con tutta la Trinità. Sant’Agostino poteva dire ai nuovi battezzati: “Rallegriamoci e ringraziamo: siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo…Stupite e gioite: Cristo siamo diventati!”.

La Veglia Pasquale è, appunto, il momento privilegiato in cui si celebra il rito del battesimo, soprattutto degli adulti. Comunque per tutti è la grande occasione in cui, rinnovando le promesse battesimali, ravviviamo l’esperienza del nostro battesimo.

I cristiani non dimenticano che la misericordia del Padre offre loro la possibilità di un…nuovo battesimo, ogni volta che si accostano al Sacramento pasquale della Riconciliazione.

Ma l’incontro superlativo e trasformante col Risorto avviene nell’Eucaristia. È il terzo simbolo, quello del pane.

La luce, l’acqua, il pane: ecco i Sacramenti dell’iniziazione cristiana dove opera e ci viene comunicata la vittoria pasquale di Cristo per la nostra salvezza.

Tutto questo deve tradursi nell’impegno a fare della nostra vita un’esistenza pasquale, permeata di continue e rinnovate rinunce al male e costellata di incessanti gesti d’amore. Un’esistenza che è un passaggio “dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).

Ciò avviene, nel concreto, quando proviamo e riproviamo a praticare l’arte di amare nei suoi diversi aspetti e sfaccettature. Quando per es. nel trattare con coloro che ci stanno accanto cerchiamo di fare a loro ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Quando non aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo verso di noi, ma iniziamo noi. Quando riusciamo a immedesimarci negli altri facendoci carico dei dolori e delle gioie di tutti etc.. In tal modo ogni volta “facciamo Pasqua“, cioè compiamo un passaggio dalla condizione di “uomo vecchio” a quella di “uomo nuovo“, amiamo come si ama nella famiglia di Dio, permettiamo al Risorto di vivere e amare in noi e in mezzo a noi.

È un’esperienza pasquale di risurrezione, cioè di libertà e di gioia che sempre si rinnova. La gioia stessa di Gesù risorto. Gioia che rimane il regalo più grande da fare a quanti ci incontrano.

mons. Ilvo Corniglia

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