Venerdí Santo 2009

Non ci sono parole. Quali parole potremmo inventare noi, miseri mortali, quando la Parola fatta carne si tramuta in “forte grido” e poi si spegne nel silenzio buio e gelido della morte? Non ci resta allora che “tacere e adorare”; non ci resta che “adorare e aderire”.

Del resto, non ci è chiesto di parlare, ma di contemplare, di “volgere lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto”. Perché la tentazione ora è quella di non farcela a tenere lo sguardo fisso su Gesù crocifisso, di non resistere a stare di fronte a Colui che non ha né apparenza, né bellezza per attirare i nostri sguardi. La nostra tentazione è quella di abbassare gli occhi davanti a Colui che si è caricato delle nostre sofferenze, di coprirci la faccia di fronte a Lui che si è addossato i nostri dolori, che è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità.

Ma se proprio non ce la facciamo a tenere ben aperti gli occhi della fede sul Crocifisso, chiediamo almeno di non chiudere gli orecchi del cuore alle sue ultime parole. Delle sette parole che Gesù in croce ci ha lasciato, riascoltiamo l’ultima, secondo il vangelo appena proclamato: “Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!” E, chinato il capo, rese lo spirito”. Ecco, vogliamo accostarci spiritualmente al Crocifisso e supplicarlo: Signore, di’ soltanto una parola; ripetici almeno quella tua ultimissima parola: “Tutto è compiuto”.

Cosa significa: “È compiuto”? Potrebbe voler dire semplicemente: È finita; la storia è ormai definitivamente chiusa; non c’è più nulla da dire, nulla da fare, più nulla da aggiungere. Ma allora sarebbe semplicemente la dichiarazione amara dell’ultimo atto di una vita obiettivamente fallita – almeno secondo la logica mondana – o al più si tratterebbe della presa d’atto – certamente onesta e nobile – della fine di un dramma ormai consumato. Ma non può essere questo il senso inteso da Gesù e còlto da Giovanni, se il Morente pronuncia quelle parole con tanta solennità e l’evangelista le riporta con premurosa attenzione.

Si potrebbe intendere allora l’espressione: “È compiuto!” come compimento delle Scritture, e così sembrerebbe far capire Giovanni quando riporta qualche riga più su le stessissime parole: “Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, disse per compiere la Scrittura: Ho sete”. Affermare quindi in extremis che tutto è compiuto, potrebbe significare che tutto si è svolto, fino al dettaglio, secondo il misterioso piano d’amore, stabilito dal Padre.

Ma probabilmente in questa espressione c’è molto di più. Se ricordiamo, il dramma della passione era stato introdotto dall’evangelista con quell’ampio giro di frase: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Per dire “fine” l’evangelista usa una parola che si trova alla radice del verbo greco: “è compiuto”: ora, quella paroletta può significare sia “la fine” intesa in senso cronologico, che “il vertice”, la massima sommità raggiungibile di una vetta altissima. Ed è proprio il senso della traduzione latina, Consummatum est, tutto è arrivato ad summum, al vertice massimo.
Ecco il significato profondo dell’ultima parola di Gesù: Tutto è giunto al vertice. L’amore è arrivato alla sua perfezione. Il Crocifisso ha toccato la cima più alta della santa montagna dell’amore: si è donato al Padre, senza riserve e senza rimpianti (“Padre, nelle tue mani abbandono la mia vita”); ha perdonato i suoi nemici (“Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”); ha spalancato le porte del paradiso al ladrone pentito. Insomma Gesù in croce ha cambiato il più grande dolore – ingiustamente inflitto all’unico uomo veramente innocente di tutta la storia – nel più grande amore; ha trasformato una violenza totalmente ingiustificata in una dedizione totalmente incondizionata.
Solo gli uomini veramente degni di questo nome ci aiutano a capire almeno un po’ di questo amore pieno, perfetto, incontaminato.

Dostoevskij, commentando le grida di scherno di quanti sfidavano Gesù a scendere dalla croce, scriveva: “Ma tu non scendesti dalla croce perché, una volta di più, non volevi asservire l’uomo con il miracolo e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore”.
Bonhoeffer, prima della sua impiccagione, la mattina di domenica 8 aprile 1945, pronunciava queste ultime parole: “È la fine. Per me è l’inizio della vita”, e qualche tempo prima aveva scritto: “Quando l’amore di Dio non si limita semplicemente ad essere là dove l’uomo è nel peccato e nella miseria, ma quando assume su di sé anche il destino che sovrasta ogni vita, la morte; cioè quando Gesù – che è l’amore di Dio – muore realmente, allora l’uomo può diventare certo che l’amore di Dio lo accompagna anche nella morte… Dio ama gli uomini fino al punto di assumere su di sé la morte con loro e per loro… E solo perché Gesù sulla croce, nell’umiliazione, dimostra l’amore suo e di Dio per il mondo, alla morte segue la risurrezione. La morte non può resistere all’amore: «l’amore è più forte della morte» (cfr. Cant 8,6)”.

E don Andrea Santoro, qualche giorno prima di essere assassinato a Trebisonda, scriveva: “Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo, come ha fatto Gesù”.

Il Papa, nella sua prima Messa Crismale celebrata a s. Giovanni in Laterano, commentava: “Gesù ha assunto la nostra carne. Diamogli noi la nostra; in questo modo egli può venire nel mondo e trasformarlo”.

mons. Francesco Lambiasi

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