E le suore nascosero ebrei e partigiani

di Antonio Giuliano
«C’è un tempo per ogni co­sa», dice il Qoelet. Per ta­cere, per ridere, per bal­lare, ma anche per lottare. Oggi si può dire con fermezza che per molte religio­se d’Italia la Resistenza fu un periodo in cui non si poteva certo rimanere con le mani in mano. Non imbracciarono un fucile. Non salirono in montagna. Ma preghiera e azione consentirono a que­ste donne temerarie di dare un contri­buto alla Liberazione non inferiore a quello dei partigiani. Furono soccorri­trici, informatrici, infermiere fino a met­tere in gioco la propria vita. Nei casi più difficili le religiose si servirono anche del proprio abito per nascondere missive se­grete, alimenti, indumenti e perfino bambini. Un convegno di studi ieri a Milano ha ri­spolverato una pagina di storia ancora troppo ta­ciuta. L’evento, promos­so dalla fondazione Am­brosianeum e dall’Azio­ne cattolica ambrosiana, ha fornito un campiona­rio incredibile di testi­monianze provenienti da numerose città e regioni d’Italia.

«Purtroppo – ha attac­cato Giorgio Vecchio, docente di Storia contemporanea all’Università di Parma – il ruolo delle suore nella Resistenza fi­nora è stato ignorato. Nei manuali di sto­ria non esistono. C’è la falsa convinzio­ne che la Liberazione fu soltanto un e­vento militare. Si dimentica il grande ap­porto della lotta non armata, come il boi­cottaggio, il sabotaggio, la stampa clan­destina, il salvataggio dei perseguitati. Le suore coinvolte furono tante anche se abbiamo poche testimonianze dirette. Ma spicca il memoriale di Madre Imel­de Ranucci delle Francescane dell’Im­macolata di Palàgano vicino Modena che descrive il rifugio offerto nel proprio con­vento a partigiani ed ebrei». Gli esempi però sono copiosi: «Come non ricorda­re – ha continuato Vecchio – Madre Jole Zini che a Villa Minozzo vicino Reggio E­milia si offrì come ostaggio ai tedeschi in cambio della fucilazione dell’intera popolazione… O suor Enrica Donghi che nell’assistenza ai carcerati di San Vitto­re a Milano confessò come le religiose nei libri di preghiera portavano biglietti clandestini ai detenuti politici e sotto le ampie sottane delle consorelle appun­tavano con le spille indumenti per i pri­gionieri tanto che gli stessi secondini sbottarono: ‘Queste suore escono magre e rientrano ingrassate’».

Tuttavia lo sto­rico ha anche ammesso: «Come in tutti gli eventi ci furono anche esempi nega­tivi, di suore che fecero finta di niente magari per paura o incapacità. Accanto però a religiose straordinariamente ge­nerose negli ospedali o nell’allestimen­to di interi spazi dei conventi come il re­fettorio per le riunioni notturne dei par­tigiani. Ci furono persino casi in cui co­me a Fontanigorda, vicino Genova, suor Maria, una suora di clausura si vestì da laica e si finse sposa di un giovane par­tigiano che stava per essere ucciso dalle SS. E non dimentichiamo il disagio del­l’accoglienza di persone di sesso ma­schile nei monasteri». In alcuni avveni­menti fu evidente una mano dal cielo. In Piemonte suor Margherita Lazzari du­rante i rastrellamenti del 1944 creò un nascondiglio nel sottotetto di un san­tuario per partigiani e militari alleati.

Per occultare la nicchia pose all’ingresso un quadro di santa Lucia e i nazifascisti non riuscirono mai a scovarli. Ma il conve­gno ha rimembrato anche le gesta delle religiose a Milano, Brescia, Vicenza, le re­ti di soccorso agli ebrei realizzate dalle suore toscane e l’impegno delle clarisse di San Quirico di Assisi: qui le 25 sorelle che per la penuria di alimenti dimagri­rono anche di 20 chili non si preoccu­parono di ospitare decine di perseguita­ti. E collaborarono alla stesura di docu­menti contraffatti per nascondere gli e­brei: perfino Gino Bartali arrivava lì da Fi­renze nascondendo nel telaio della bici­cletta foto e certificati falsificati. «Ma sia­mo solo all’inizio delle ricerche – hanno convenuto Marco Garzonio, presidente dell’Ambrosianeum e Gianfranco Maris presidente nazionale dell’Associazione nazionale ex deportati politici nei cam­pi nazisti – c’è un enorme vuoto storio­grafico da colmare». Suor Grazia Lopar­co, docente alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium ci tie­ne però a precisare: «Anche a Roma do­ve furono salvati più di 4.300 ebrei ci fu un’intensa collaborazione tra tutti gli i­stituti religiosi, maschili e femminili, i parroci e la Santa Sede. Ora però bisogna far luce anche su tutti gli altri rifugiati salvati, non solo gli ebrei». Toccante è stata la testimonianza di monsignor Gio­vanni Barbareschi della diocesi di Mila­no sulla sua prigionia nel carcere di san Vittore: «Quando c’erano gli interrogatori eravamo terrorizzati.

Spesso si usciva ba­stonati e torturati per sapere come si stampava ‘Il Ribelle’, il nostro giornale clandestino. Una volta mi ruppero il braccio ma ringrazio il Signore per non aver parlato». E il sacer­dote ha lanciato la pro­posta: « Nelle città e nei paesi in cui c’è stato un Istituto di suore che ha contribuito alla Libera­zione dedichiamo una via alle ‘Suore della Re­sistenza’ ». Sull’esperien­za del carcere milanese di quegli anni e in particolare sulla figu­ra di suor Enrichetta Alfieri che l’anno prossimo potrebbe essere beatificata si è soffermato anche monsignor Ennio A­peciti, storico della Chiesa: «Il segreto di suor Enrichetta, come quello di tutte le religiose coinvolte, stava nella preghie­ra: durante la reclusione il rosario fu la sua forza. Tanti detenuti hanno ricorda­to la sua instancabile assistenza, tra es­si anche molti laici come Mike Bongior­no e Indro Montanelli il quale disse: ‘Le sarò grato per sempre. Tutti noi riceve­vamo, grazie alla sua regia, bigliettini e informazioni.

Così grande era il confor­to di quegli incontri furtivi, così immen­sa la gratitudine per chi con grande ri­schio personale li rendeva possibili, che ancora oggi il ricordo di suor Enrichetta e della sua veste frusciante suscita in me la devota ammirazione che si deve ai san­ti, o agli eroi. In questo caso ad entram­bi».

(da Avvenire, 24 aprile 2009)
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