2009 VI Pasqua – L’essenza del cristianesimo

L’essenza del Cristianesimo
VI Domenica di Pasqua Vangelo: Gv 15,9-17

Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici

La vicenda è stata raccontata su una rivista da una delle protagoniste. Due amiche per motivi di lavoro avevano deciso di abitare insieme. L’una era mezza atea, e comunque lontana mille miglia da ogni problematica religiosa; l’altra invece era cattolica praticante. Un giorno si misero a parlare di religione e di fede cristiana; cominciarono a discutere, ad accalorarsi, e a un certo punto quella agnostica disse all’altra: “L’unica differenza tra me e te è la domenica. Io mi posso permettere il lusso di dormire di più e tu vai a Messa. Ma il resto della settimana chi potrebbe accorgersi che tu credi e io no?”. Era una battuta, nulla di più, ma per l’amica credente diventò una provocazione, che la mandò in crisi e la spinse a rivolgersi a un sacerdote. “Allora – si chiedeva – la mia fede è solo un di più che non mette in gioco niente?”. È una domanda che dovrebbero porsi anche molti cristiani, e che oggi ci poniamo anche noi.  

1. Il vangelo ci aiuta a trovare una risposta, la risposta di Gesù, che è questa: la fede non è un rito in più; è una vita nuova, è tutta una esistenza interamente abitata dal Signore risorto, vissuta in obbedienza al “suo comandamento” – quello dell’amore fraterno – ma di un amore che non è il prodotto del nostro cuore: è il suo stesso amore partecipato a noi, piantato e radicato in noi.
Di queste intensissime parole di Gesù, che costituiscono il suo testamento ai discepoli e alla Chiesa di ieri, di oggi e di sempre, riprendiamo almeno le seguenti.
La prima parola ci riporta l’evento: il Padre ha da sempre amato il Figlio e lo amerà per sempre. L’amore, secondo Cristo, non è un vago sentimento; è un avvenimento reale e concreto. All’inizio di tutta la storia – della grande storia dell’amore – c’è Dio, perché Dio non solo agisce per amore, ma è in se stesso amore. Per Dio l’amore non è tanto un fare: è un essere. Questo amore il Padre lo ha riversato tutto sul Figlio, al punto che Gesù riassume il centro della sua rivelazione in quella semplicissima frase: “Il Padre mi ha amato”. Ecco cosa è venuto a fare il Figlio di Dio in mezzo a noi: è venuto a comunicarci tutto l’amore del Padre, e a comunicarcelo nel duplice senso: a dircelo e a darcelo; a rendercene consapevoli e a farcene partecipi. Gesù Cristo è venuto a comunicarci l’amore del Padre nella stessa misura in cui egli lo ha ricevuto, senza alcuna diminuzione di grado, senza neanche la minima flessione di intensità: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”. È una perfetta proporzione di uguaglianza: l’amore del Padre sta al Figlio, come l’amore del Figlio sta a noi. Verità vertiginosa! Come l’amore del Padre per il Figlio è infinito, eterno, totale, incondizionato, altrettanto infinito, eterno, totale, incondizionato è l’amore di Gesù per noi.
La prova? È la croce: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Bisogna però fare attenzione: Gesù non ci ha trovato già amici, ma da nemici che eravamo, ci ha riconciliati a sé e ci ha trasformati in amici. Guardando la croce, ben a ragione di può dire: la misura dell’amore di Gesù è un amore senza misura. E con s. Paolo ognuno di noi è autorizzato a concludere: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
Ma, attenzione! Nell’amore di Gesù è totalmente e fedelmente incluso tutto l’amore del Padre: “Dio ha tanto amato il mondo dare il suo Figlio unigenito”. Se amare fa rima con dare, allora come il Padre dona la vita al Figlio, così il Figlio, a sua volta, dona la sua stessa vita a noi. Amore al principio, amore sino alla fine: tutta la storia si può racchiudere sotto l’arcobaleno dell’amore divino-umano: umanissimo del Figlio di Dio, divino dell’uomo Gesù.
2. La seconda parola di Gesù, da accogliere e da custodire, riguarda la conseguenza dell’evento, ed è il comandamento: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Come si vede, Gesù non dice: “Come io ho amato voi, anche voi dovete amare me”, ma “anche voi dovete amarvi a vicenda”. E s. Giovanni arriva alla stessa conclusione: “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,11). E ancora: “Come egli ha dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Così dalla grazia si passa all’accoglienza, dall’evento al comandamento, dal dono al dovere, dall’indicativo (“Io ho amato voi”) si passa all’imperativo (“Amatevi!”), dal passivo (l’essere amati da Cristo) all’attivo: l’amare i fratelli.
Ma cosa significa “amatevi come io vi ho amati”? Quel come non ha solo senso comparativo (in confronto a…, a somiglianza di…), ma causativo (dal momento che…). Pertanto “come io ho amato voi” si potrebbe rendere così: “Amatevi con lo stesso amore con cui io vi ho amati”. In effetti sono queste le parole con cui Gesù conclude la sua grande preghiera nel cenacolo: “Padre giusto (…) io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,25s). Amarci con l’amore di Gesù significa avere in noi i suoi stessi sentimenti: di umiltà e di tenacia, di obbedienza e di coraggio, di servizio e di sacrifico.
E tutto questo non per uno sforzo volontaristico, ma perché lo stesso Spirito d’amore che è in Cristo è stato riversato nei nostri cuori. Non dobbiamo quindi fare altro che lasciarci attraversare dall’amore del Signore perché quello stesso amore arrivi per intero a tutti coloro che ci sono affianco; dobbiamo lasciare scorrere attraverso di noi tutta la corrente dell’amore trinitario, nel senso di esserne buoni “conduttori”, proprio come avviene per la corrente elettrica. Si dice, ad esempio, che un filo di rame è “buon” conduttore, nel senso che lascia passare l’elettricità, senza alcuna resistenza. Saremo buoni “conduttori” dell’energia dell’amore di Cristo verso di noi se non ne bloccheremo nulla, ma lo lasceremo passare interamente da noi verso tutti e verso ciascuno dei fratelli.

3. Possiamo ora ritornare alla domanda iniziale: la Messa è semplicemente un rito in più o, peggio ancora, un pesante pedaggio che devono pagare i credenti? No, la Messa non è una “cosa”, per quanto sacra, e neanche prima di tutto un precetto: è il sacramento, il segno-strumento dell’amore. Certo, dell’amore tra di noi, ma questa è la conseguenza. All’origine vi è l’amore di Cristo per ciascuno di noi, nome e cognome. Ogni volta che ci accostiamo alla comunione eucaristica, dovremmo sentirci investiti dal fuoco di quella domanda che Gesù risorto rivolse a Pietro: “Mi ami tu?”. E dovremmo rispondere con le stesse parole del pescatore di Galilea: “Signore, allontànati da me che sono un peccatore”. Solo lo Spirito Santo può colmare l’abisso che si stende tra la grazia di Cristo e il nostro peccato: “Lo Spirito del Signore che abita nei suoi fedeli è lui che riceve il santissimo corpo e sangue del Signore”, ha scritto s. Francesco d’Assisi.
Perciò la comunione eucaristica ha un carattere tutt’altro che sentimentale, intimistico e devozionale. Far comunione con il Signore crocifisso e risorto significa ricevere tutto il suo amore verso il Padre e verso i fratelli; significa lasciarsi assimilare da lui, e con lui accogliere la pienezza dello Spirito Santo “perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”.

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