Gesú é scandaloso!!

Oggi tocchiamo un tasto molto delicato: lo scandalo dell’Incarnazione, lo sconcerto di trovarsi davanti a un Dio che si fa piccolo e povero, che giunge a noi attraverso la mediazione della Chiesa, dei preti, dei modesti segni sacramentali; in una parola il paradosso di un Dio che si fa storia!

Noi non faremmo fatica ad accettare il meraviglioso di Dio, la sua onnipotenza e grandezza, lui come giudice e padrone; ci spiazza invece e ci insospettisce il suo vestire i nostri panni quotidiani, l’esprimere la sua grandezza non con la potenza, ma con l’amore e la condivisione.
Ha le sue buone ragioni, Dio, di presentarsi così! Siamo noi che ci siamo fatti un’immagine sbagliata di Lui; immagine che ora si scontra con quella del Dio reale che si manifesta nell’uomo Gesù di Nazaret. E ne rimaniamo sconcertati come questi suoi compaesani d’allora.

1) LO SCANDALO DELLA FEDE

Gesù a Nazaret viene contestato perché si presenta senza “numeri” umani, né di rango, né di scienza, né di potere. “Non è costui il carpentiere?”. Non è sempre stato qui tra noi, modesto lavoratore come tutti? E la sua famiglia? Niente di straordinario! Che pretese ha ora di essere profeta e inviato di Dio? “E si scandalizzavano di lui”. Anche Paolo, nella seconda lettura, ci parla delle sue debolezze, delle modeste risorse del suo apostolato, anzi di inceppi legati ad una sua malattia che lo rendeva meno brillante nella predicazione.


E’ il Regno di Dio che si presenta a noi piccolo “come un granellino di senapa”, anzi rivestito di tutti i condizionamenti umani pieni di fragilità e a volte di peccato.

Ma il metodo esprime il contenuto. La fede ci appare vestita di povertà perché Dio stesso “da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8, 9). Il cuore della nostra fede è la croce, l’estrema povertà di un Dio che condivide la nostra sorte più estrema, l’amore di un Dio “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,31), perché “non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13).

Un Dio, il nostro, che per esprimere il suo amore – dicevamo, non la sua potenza -, s’è voluto mettere all’ultimo posto perché nessuno si sentisse a disagio davanti a Lui. Questa è la lezione dei trent’anni passati da Gesù a Nazaret.

Dio s’è vestito di carne per essere storia. Storia nel senso più semplice: e cioè FATTI, non parole. Che Dio ci sia, che Dio ci voglia bene, sono i fatti a dirlo, è una storia precisa a documentarlo, la storia di Israele, la storia di Gesù, la storia – oggi lo vediamo bene – della Chiesa, di un popolo così longevo e vitale (e benefico…, e globalmente sano in umanità!) chiaramente solo perché un Dio lo guida e lo sostiene!

Non è una teoria, una ideologia, una gnosi il cristianesimo; è una storia che ha cambiato e cambia la storia di noi uomini dacché Dio s’è accompagnato ai nostri giorni per guidarli e aprirli ad un nuovo destino.


2) LA FEDE NECESSARIA

Di fronte a un Dio così – fuori dalle nostre logiche umane – è assolutamente necessaria la fede. Gesù la esige sempre dai suoi interlocutori, e quando s’accorge di trovarsi davanti a incredulità o superficialità, si blocca, diviene impotente: “E non vi poté operare nessun prodigio”. Questi di Nazaret sono senza fede: “E si meravigliava della loro incredulità”. Vuol dire che la potevano avere, e quindi ne erano colpevoli. Per questo dice loro con amarezza e sarcasmo: E’ proprio vero “che un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.


Forse è la risposta puntigliosa per quando erano venuti a prenderlo perché lo dicevano “fuori di sé” (cfr. Mc 3,21). Ma è scritto: “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Si costata bene anche oggi come spesso le più gravi difficoltà vengono dall’interno della Chiesa non da fuori!

In che consiste allora questa fede che è richiesta per la salvezza? Anzitutto è libertà da preconcetti, da tradizioni e schemi propri rispetto alla sorpresa e novità di Dio.


Gesù accusava i farisei di credere più alle tradizioni degli uomini che alla vera Legge di Dio; oggi ancora quanti si lamentano delle novità conciliari per una pigra viscosità che li lega alle proprie abitudini irriflesse e mai verificate sulla Parola di Dio (compresi i nostalgici del latino…!). Fede è poi libertà da pregiudizi e pretesti, per saper andare al di là del rivestimento umano e ricercare sinceramente Dio. Persino di Gesù hanno avuto da dire: che era un mangione, un beone, un satana, un eretico…; quanto più si troverà sempre da dire allora della Chiesa, dei preti, dei non sempre fervorosi e coerenti cristiani che siamo noi!

Ma è fede immatura quella che non sa andare all’essenziale; ed è fede insincera quella che si attacca ai limiti dell’ambasciatore per rifiutare il dono che porta a nome di un Altro!
Più profondamente la fede è un atto di rischio, di fiducia, di amore in definitiva. Paolo si lamentava col Signore di non poter contare troppo su successo ed efficienza nel suo ministero. “Ti basta la mia grazia – si sente dire -; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Quanto meno di fascino umano c’è, tanto più puro è l’affidamento a Dio.

Capita anche oggi che si faccia gli schizzinosi con le mediazioni autorizzate di Dio, e si ricerchino preti e maestri dall’autorevolezza umana, culturale, carismatica, o semplicemente più compiacente! Tutte agenzie illegittime quelle che non fanno riferimento al Papa, al vescovo e al parroco!! Paolo ebbe molto a soffrire per dei suoi cristiani che seguivano predicatori di maggior fascino. Ma conoscendo la logica della croce diceva: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie dobolezze, purché dimori in me la potenza di Cristo”.
Tradotto significa: fortunati quelli che sanno credere non per me prete, ma nonostante me, perché allora si attaccano solo a Dio! “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

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Alla fine la fede – e quindi la salvezza – è tutta responsabilità nostra. “Ascoltino o non ascoltino – ci dice il Signore oggi nella prima lettura – sappiano almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Dio non farà mai mancare i suoi portavoce, anche se osteggiati e perseguitati. Come Cristo, sono “posti per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). A ognuno quindi la sua responsabilità e la sua scelta. Ad ognuno il suo destino!

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