Li mandó 2 a 2

Dopo che Gesù  ha chiamato a sé i suoi discepoli, li ha tenuti con sé per far scoprire qualcosa del suo mistero; ora li invia – li fa apostoli – perché portino ad altri l’esperienza dell’incontro con Dio fatta nella sua persona.

Dalla sequela, alla comunione, alla missione: questo è l’itinerario della Chiesa e di ogni cristiano. Se non arriviamo fin qui, fino alla missione, la nostra identità di battezzati è monca.
A quei primi missionari s’è aggiunta lungo i secoli una schiera innumerevole di testimoni del vangelo, che hanno fatto giungere fino a noi quel dono di Dio offertoci da Gesù. Tocca a noi prenderne in mano la fiaccola ora, per trasmetterla all’oggi e al domani in quella corsa del vangelo fino alla fine del mondo.

Le indicazioni di metodo e di contenuto date da Gesù a quei primi, valgono quindi anche per noi oggi che ne siamo i diretti continuatori.

1) LO STILE MISSIONARIO

L’accento posto oggi da Gesù è sullo stile più che sui contenuti dell’opera missionaria. A dirci che la prima e più vera testimonianza è  con la vita più che con le parole. Questa è opera missionaria di tutti i battezzati, la più credibile e la più efficace, seminata com’è nelle pieghe concrete della vita quotidiana, capace di lievitarla secondo lo spirito del vangelo. Il cristianesimo non è un insieme di verità da credere, ma una condizione nuova di vita, quella dei figli di Dio per divenirne eredi, quella modellata sulla vicenda umana esemplare di Gesù di Nazaret, perché fin “da prima della creazione del mondo siamo stati scelti e predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (II lettura). Una qualità di vita – siamo chiamati a mostrare -, tutta vissuta “a lode e gloria della sua grazia e in attesa della completa redenzione” (II lett.), sostenuti dallo Spirito santo, che è “caparra della nostra eredità”.
Una tale concezione di vita che privilegia Dio e il destino d’eternità cui siamo chiamati, si deve immediatamente tradurre in uno stile di vita austero, rigoroso, essenziale, disincantato e distaccato da tante cose che ne appesantiscono il cammino. “E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche”. Tanta è l’urgenza e la sublimità della missione che ci è affidata, che non c’è tempo né troppa attenzione per altre cose, pur necessarie alla vita. E’ la libertà e la superiorità del vero cristiano, “che cerca prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resta sa che è sovrappiù” (cfr. Mt 6,33).
Ecco, domandiamoci: la nostra vita profuma di soprannaturale, rivela un destino e quindi una attesa di eternità, brilla di quella qualità propria divina che è la carità e la gratuità? Ciò che sei, grida più forte di ciò che dici: questa è la vera missionarietà! Anche se forse questo stile ci rende minoranza, perché non usiamo i mezzi dell’arrivismo mondano, della potenza persuasiva della televisione, dell’efficientismo che si impone con la forza. Il vangelo si comunica “per attrazione, per irradiazione, per contagio, per lievitazione”, dice Martini in uno scritto sulla nuova evangelizzazione nella città secolarizzata. “E se in qualche luogo non vi riceveranno, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro”. Capita di non essere accolti; ma il nostro servizio l’abbiamo fatto!

2) IL SERVIZIO MISSIONARIO

Alla testimonianza della vita si devono aggiungere due ulteriori fasi del nostro servizio missionario. Il primo è – come dice san Pietro in una sua lettera – “saper rendere ragione della speranza che è in noi” (1Pt 3,15). Quando qualcuno rimane colpito del nostro modo diverso di vivere, ci domanda: perché? Chi te lo fa fare? E’ allora il momento dell’annuncio esplicito del vangelo. “E, partiti, predicavano”, è detto di quella prima missione. E’ il momento di dire la nostra concezione di vita, di segnalare e documentare i FATTI intercorsi tra Dio e l’uomo in Gesù di Nazaret, che hanno cambiato il destino dell’uomo e della storia. E’ l’ora delle fede intelligente, illuminata, convinta, culturalmente anche matura, assimilata. E’ l’ora dello “specifico cristiano” da trasmettere. Il nostro interlocutore scoprirà con sorpresa che il Vangelo era proprio quello che ci voleva e cercava! La verità – che ha in se stessa la sua potenza – farà poi la sua corsa da sé.

L’altro passo è poi l’impegno attivo a operare per cambiare il mondo e a “ricapitolare in Cristo tutte le cose”, come dice bene oggi Paolo nella seconda lettura. “Diede loro potere sugli spiriti immondi, scacciavano demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano”. Giustizia e carità sono le armi dell’impegno attivo dei cristiani nel mondo per tradurre nelle pieghe della storia la vittoria di Cristo sul male. La Chiesa è l’inizio e lo strumento dell’umanità nuova che è il Regno di Dio; non deve essere fuori dal mondo, ma nel mondo e per la vita autentica del mondo. Qualcuno a volte si secca del troppo attivismo dei cristiani, e ne ha paura. Ma perché tiene al suo cadreghino, non perché sinceramente cerca il bene di tutti e la collaborazione con tutti! Era già capitato ai tempi di Amos – come ci rievoca la prima lettura -, fatto tacere perché la sua parola profetica non collimava con l’opinione del potere politico e ufficiale.
Domandiamoci allora: quali spazi do io al lavoro, al servizio missionario? In famiglia, nella parrocchia, nel mondo. Non capita forse di lasciare sempre ai margini di tutto – cioè proprio quando ho finito tutte le mie cose e non ha più niente da fare – il mio impegno per il Regno di Dio, la mia quota di responsabilità in parrocchia, per costruire – per quel che compete anche a me – di tutti gli uomini di questo territorio la famiglia di Dio? Non c’è molto protagonismo ecclesiale tra noi! Troppi pensano che sia un optional per anime pie l’impegno pastorale. E intanto…, come spesso si dice: fan soldi e vengono in chiesa, in una specie di buon calvinismo cattolico un po’ borghese!

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