Taci! Calmati!

Perchè siete cosi’ paurosi? Non avete ancora fede?

Oggi siamo immersi nel più profondo dramma della nostra esistenza – la prova, il dolore, il male, la morte: “Passiamo all’altra riva”, dice Gesù alludendo alla sua e alla nostra morte.
Dramma, perché qui Dio sembra latitante, Gesù dormire in mezzo alle nostre tempeste, e noi a gridare disperati: “Maestro, non ti importa che moriamo?”.

L’episodio evangelico, con i suoi riferimenti alla morte e risurrezione di Gesù, ne diviene una risposta luminosa, e un invito a rivedere la nostra fede che forse non è del tutto così viva: “Non avete ancora fede?”.


1) LA TEMPESTA DI GESU’

La prima tempesta l’ha vissuta Gesù: giusto innocente è schiacciato dai malvagi e si sente abbandonato da Dio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Una prova profonda di fede, tanto drammatica che al Getsemani gli spaccò il cuore: “L’anima mia è triste fino alla morte”. (Sembra che Gesù in croce alla fine morì dell’infarto iniziato qui al Getsemani). Ma ebbe il coraggio di dire: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26, 38-39). Dentro quel silenzio di Dio, Gesù non dubitò, ma si affidò totalmente e col massimo rischio a quel Dio tanto misterioso.


E Dio non l’ha deluso! Dal sonno della morte, lo ha risvegliato e risuscitato. Per essere il primogenito dei risorti, e quindi il segno della vittoria di Dio, o meglio della vittoria della fede! La morte e la risurrezione di Gesù segnano l’itinerario obbligato anche per noi per giungere alla vita: si passa da uno scacco – ma vissuto con fede, anzi come occasione e materia di fede, non da ribelli – alla risurrezione e alla vita date come regalo e come “premio” per tale fede eroica. Per questo Gesù un giorno ebbe a dire: “Nessun segno sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12, 40).


Eccolo qui, oggi, Gesù che dorme sulla barca drammatica della nostra travagliata esistenza umana, assaporando con noi la fragilità, la precarietà e l’annientamento della morte. Ma poi si risveglia e dice: “Taci, calmati!”. Quel mare, simbolo biblico d’ogni male che si accanisce contro l’uomo, è vinto dalla potenza di Dio che trova in Cristo il suo strumento più docile. Gli apostoli rimangono stupiti dal dispiegarsi di quella potenza divina in lui: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. Come del resto rimarranno stupidi e increduli di fronte a quanto Dio ha rivelato della sua potenza allorché ha risuscitato Gesù da morte!

2) LE NOSTRE TEMPESTE

Veniamo ora alle nostre tempeste, o meglio alla nostra fede agitata da tante tempeste. Anzitutto spesso anche noi meritiamo il rimprovero di Gesù: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. Aver paura di fronte alla morte, o disperare nelle prove, significa dubitare di Dio. Cioè essere senza fede. Ma forse più spesso abbiamo una fede sbagliata: pretendiamo che Dio intervenga subito a sbrogliarci dai nostri guai. Dicevano i farisei davanti alla morte di Lazzaro: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse?” (Gv 11,37). Ma Dio non ci ha promesso il non morire e il non soffrire, ma la risurrezione e la vita attraverso la croce!


Fiduciosi allora della promessa di Dio, garantita da quel che ha già operato in Gesù, i discepoli del Signore vivono il battesimo come un essere associati a Gesù nella sua morte per partecipare così alla sua risurrezione. La fede consiste in questo abbandono pieno al Gesù che dorme e che si risveglia, cioè credere e partecipare alla sua morte e risurrezione. E’ rischiare di andare a fondo con lui, nella speranza sicura di emergere con lui a nuova vita! L’alternativa, naturalmente, è di andare a fondo comunque senza di lui! Cioè di soffrire e morire senza più neanche la speranza di un riscatto e di una nuova esistenza!

Ricorriamo allora a questo Gesù che naviga con noi sulla barca della sua Chiesa portando nella nostra storia di uomini travagliati la potenza di Dio che sa calmare i flutti delle nostre angosce. Sembra dormire, ma Gesù è lì pronto a intervenire – quasi con un occhio semiaperto – per dire: “Taci, calmati!”, per ridare cioè speranza e serenità al nostro cuore. Aspetta solo che lo si chiami, perché non vuol agire in casa di nessuno se non gli è data agibilità. La preghiera esprime bene la nostra fede nella potenza di Gesù e apre a lui la possibilità di intervento per poterci salvare. “Chi prega si salva..”, dice il grande maestro spirituale che è sant’Alfonso Maria de’ Liguori!


Il Salmo 130 ci suggerisce l’immagine più toccante del nostro abbandonarci nelle prova in Dio: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (130,2-3). E il Salmo 120 afferma: “Non si addormenta il tuo custode; non sonnecchia e non prende sonno il Custode di Israele” (120,3-47). Ogni sera nella Compieta, la Chiesa, ispirandosi al Salmo 90, così ci fa pregare: “Custodiscimi, Signore, come pupilla degli occhi; proteggimi all’ombra delle tue ali!”.

I Salmi e la preghiera della Chiesa sono i migliori strumenti per educarci a questo abbandono pieno di confidenza e di fiducia. Ricorriamo a questa preghiera nei momenti delle nostre tempeste, e perderemo ogni paura!

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