II Domenica di Pasqua – La paura trasformata in gioia

Il racconto di Giovanni (20,19-29) dell’apparizione di Gesù risorto ai discepoli è particolarmente ricco di spunti interessanti.

Ne scegliamo tre: la vittoria sulla paura, la pace e la gioia.

L’evangelista annota che le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano «chiuse per paura dei giudei». La paura è un sentimento che il lettore del quarto Vangelo conosce bene. C’è la paura della folla che non osa parlare in pubblico di Gesù (7,13), la paura dei genitori del cieco guarito che temono le reazioni delle autorità (9,22), la paura di alcuni notabili che non hanno il coraggio di dichiararsi nel timore di essere espulsi dalla sinagoga (12,42). Naturalmente la paura proviene dall’esterno, ma se può entrare nel cuore dell’uomo è unicamente perché vi trova un punto d’appoggio. Non serve chiudere le porte. La paura entra nel profondo se si è ricattabili, se qualcosa importa più di Gesù. E questo qualcosa può essere la vita, anche se, più spesso, si ha paura per molto meno. Ma ora che il Signore è risorto non c’è più ragione di avere alcuna paura. Persino la morte è vinta.«Pace a voi» dice il Signore. Si tratta di una pace che Gesù ha già promesso nei discorsi di testamento: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come il mondo la dà» (14,27). La pace di cui parla Gesù è diversa dalla pace del mondo. Diversa perché dono di Dio. Diversa, perché va alla radice, là dove l’uomo decide la scelta della menzogna o della verità. Diversa perché è una pace che sa pagare il prezzo della verità. Diversa perché non promette di eliminare la Croce – né nella vita del cristiano, né nella storia del mondo – ma rende certi della sua vittoria.

I discepoli «si rallegrarono al vedere il Signore». Anche la gioia è un dono che Gesù ha già promesso (15,11). Si tratta sempre di una gioia che affonda le sue radici nell’amore («rimanete nel mio amore»). Come la pace, anche la gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto. La fede permette una diversa lettura della Croce e del dramma dell’uomo: non un dolore sterile, ma il dolore che conduce a una vita.

Pace e gioia sono al tempo stesso i doni del Risorto e le tracce per riconoscerlo. Ma si deve infrangere l’attaccamento a se stessi. Solo così non si è più ricattabili, perché liberati da ogni paura. La pace e la gioia fioriscono nella libertà e nel dono di sé, due condizioni senza le quali diverrebbe impossibile ogni esperienza della presenza del Risorto.

Don Bruno Maggioni

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