Ascensione del Signore – Un annuncio di conversione e perdono

Luca conclude il suo Vangelo (24,46-53) con l’episodio dell’Ascensione e con le ultime parole di Gesù ai discepoli. Allo stesso modo aprirà la storia della Chiesa (Atti 1,9-11). Per Luca l’Ascensione ha un duplice significato. È un salire al Padre («Veniva portato verso il cielo»), precisando in tal modo che la Risurrezione di Gesù non è un ritorno alla vita di prima, quasi un passo all’indietro, bensì l’entrata in una condizione nuova, un passo in avanti, nella gloria di Dio. L’Ascensione è però anche descritta come un distacco, una partenza («Si staccò da loro»): Gesù ritira la sua presenza visibile, sostituendola con una presenza nuova, invisibile, e tuttavia più profonda: una presenza che si coglie nella fede, nell’intelligenza delle Scritture e nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane e nella fraternità.Ma importante non è solo l’episodio di Gesù che sale al cielo, bensì – e forse soprattutto – le sue ultime parole che dice prima di allontanarsi. «Così sta scritto» (vv. 46-47): gli eventi rinchiusi in quel «così sta scritto» sono tre, non due come spesso si pensa: la Passione, la Risurrezione, la predicazione a tutte le genti. La missione, dunque, non è ai margini dell’evento Cristologico, ma ne fa intimamente parte. Destinatari dell’annuncio sono «tutte le genti», dunque l’universalità più ampia possibile. E l’annuncio deve avvenire «nel suo nome», cioè deve poggiare sulla sua autorità, non su altro. Contenuto dell’annuncio è la conversione e il perdono. La conversione in primo luogo è la conversione della mente, una conversione teologica: il Crocifisso è rivelazione di Dio, non sconfitta. Annunciare il perdono dei peccati è proclamare che l’amore di Dio è più grande del nostro peccato. Annunciare la Croce significa annunciare un Dio che perdona.

«Voi siete testimoni di queste cose» (v. 48): nella grecità il testimone (martus) è chi è in grado di deporre su fatti ai quali ha assistito di persona. L’ambiente originario della testimonianza è il dibattimento processuale. I discepoli hanno personalmente visto gli eventi di Gesù («queste cose») e sono perciò in grado di testimoniarli. Il vocabolo «testimone» ha però allargato il suo significato: non più soltanto chi ha constatato di persona un fatto, ma anche chi afferma coraggiosamente una cosa in cui crede profondamente, pronto a dirla anche con la vita.

«Ed ecco io mando su di voi la promessa del Padre mio» (vv. 24-49): la promessa del Padre è il dono dello Spirito. Senza lo Spirito non è pensabile la Chiesa né il suo futuro nel mondo. I grandi doni dello Spirito sono soprattutto tre: la fedeltà alla memoria di Gesù, l’intelligenza per rendere questa memoria viva ed attuale in ogni tempo e luogo, la forza di comprenderla e testimoniarla

don Bruno Maggioni

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