XVIII Domenica TO- La vera ricchezza fonte della vera felicità

Tutto è vanità!  esclama l’antico Sapiente di Israele, che conosciamo sotto lo pseudonimo di Qohelet, con una visione disincantata e amara della vita, del cui testo oggi la liturgia della Parola ci fa rileggere un passo, breve ma indicativo sulla tragicità dell’esistenza umana, nella quale tutto sembra essere appunto vanità.

Qohelet, col termine vanità, sottolinea quanto sia precaria, transitoria, quasi evanescente e simile ad un soffio, la vita dell’uomo che si affatica per realizzare progetti e raggiungere mete, che sembrano dare sicurezza e stabilità, consistenza e felicità, e che invece approda inevitabilmente al tremendo traguardo della morte, che ci spoglia di ogni bene: della sapienza come della ricchezza, del potere come di ogni altra sicurezza.

C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio sono le parole del Siracide, ed ecco la parte della sua ricompensa; mentre dice: Ho trovato riposo, ora mi godrò i miei beni, non sa quanto tempo ancora trascorrerà, perché lascerà tutto ad altri, e morirà” (11,18-19).

Si tratta di una visione indubbiamente sconsolata, che non sembra lasciar spazio alla speranza e alla gioia, ma è anche una visione molto realistica e concreta e ci fa pensare a certa mentalità corrente, molto diffusa nel nostro tempo, in cui ricchezza e potere sono, di fatto, i valori verso i quali molti orientano tutta l’esistenza, quasi che questa non dovesse aver mai fine.

Arricchirsi non importa come, affaticarsi per avere, per possedere fino all’inverosimile, per avere immagine e potere, è cronaca di ogni giorno che sembra far sognare soprattutto chi, privo di saggezza e di esperienza, non mette in conto e non sa quanto fragile sia l’esistenza e quanto amara sia l’ironia della sorte che, in un momento, capovolge gli eventi; ci ricorda Qohelet: Perché, chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro, che non vi ha per nulla faticato”; e, potremmo anche aggiungere, può dilapidarla, proprio perché non ha faticato; e la storia è ricca di tali esempi, antichi ed anche attuali.

C’è un’insidia costante, un tarlo inesorabile che accompagna tutto il corso dell’esistenza umana: la fragilità e la precarietà; la vita dell’uomo è come un soffio, e, come tale, può esser spento in qualunque momento: questo non possiamo ignorarlo o dimenticarlo.

A questo senso di precarietà della vita, come di ogni cosa creata, su cui sta scritta la parola “fine”, ci richiama anche il passo del Vangelo di questa domenica, passo in cui Luca ci racconta di un dibattito su una questione di eredità, nel quale fu coinvolto Gesù. In quel tempo uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”; la missione del Cristo, infatti, non riguarda cause di poco conto come la divisione di un patrimonio ereditario tra fratelli, ma quella ben più grave e grande della salvezza eterna di ogni uomo e della sua riconciliazione con Dio.

E’ la comunione piena e definitiva col Creatore e Padre la vera ragione del vivere umano, una ragione altissima che dà valore all’esistenza e ne decide l’orientamento, che non è circoscritta alle cose né ai valori temporali, ma si apre a quelli eterni.

Dunque Gesù non entra in merito al dissidio tra i due fratelli ma li avverte, ed avverte tutti gli uomini di ogni tempo, che è da stolti lasciarsi prendere dalla smania dell’avere, perché non sono i beni economici quelli che danno spessore, valore e senso all’esistenza; infatti il Maestro dice: anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni.
I beni economici, che l’uomo non deve trascurare, né sciupare, sono strumento per vivere, mezzi da dividere con giustizia fra tutti gli uomini, mezzi che ci consentono di migliorare la qualità della vita, fattore non trascurabile; ma sono, e restano mezzi e non possono assurgere a valore di fini, e tanto meno di fine primario verso il quale orientare e strutturare l’intera esistenza.Ed ecco quella breve parabola che lo stesso Cristo racconta e che richiama alla mente la “vanità” di cui all’inizio abbiamo letto in Qohelet.

Gesù racconta di un ipotetico individuo, un proprietario di terre fertili, i cui raccolti costituivano un’autentica ricchezza e che ai suoi occhi e nei suoi calcoli poteva esser notevolmente aumentata, in modo tale da metter da parte un buon capitale che garantisse lunghi anni di vita agiata e tranquilla. Così l’uomo progettò la costruzione di nuovi granai nei quali conservare e accumulare i raccolti per molti e molti anni. “Anche questo è vanità e grande sventura”, direbbe Qohelet; infatti, nessuno sa in quale momento interverrà la morte a porre fine all’esistenza. “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”, questo è il commento di Gesù al progetto di vita del ricco proprietario.
Ecco: arricchire davanti a Dio, fare di Lui il fine ultimo della propria vita e l’asse portante di tutta l’esistenza, è quel che veramente conta; ogni altra cosa è stoltezza e vanità, perché destinata a finire così come finisce il nostro vivere nel tempo; è questo il senso della parabola con la quale Gesù ci esorta ad aprirci ad una visione più alta dell’esistenza umana, che non corre solo nel tempo; infatti la vita dell’uomo ha origine in Dio e a lui ritorna, a Lui che è la nostra vera ricchezza e la nostra piena felicità.
E Paolo ce lo ricorda con forza quando scrive: “Fratelli, se siete risorti con Cristo”; risorge con Cristo chi ha fatto di lui la scelta fondamentale che guida e dà senso all’esistenza; chi si è immerso nel suo mistero di Figlio di Dio, venuto tra gli uomini per redimerli; chi, col battesimo, è innestato in Lui come tralcio dell’unica vite feconda che comunica vita eterna, perché vita divina.
Se abbiamo seguito il Cristo, con fede e con amore, obbedienti alla sua parola e conformi a lui nella morte, una morte per la resurrezione, il nostro cuore, il nostro desiderare, non può esser assorbito da piccole e povere cose, anche se apparentemente grandi e preziose come i beni economici, il potere o il successo; no! Se abbiamo scelto Cristo, abbiamo scelto quell’immenso tesoro, che non è paragonabile a nessun altro bene, abbiamo scelto Dio stesso.
L’esortazione di Paolo è: “Cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù”, e non certo per disattendere alle realtà temporali, che ci son date per vivere e che dobbiamo custodire, usare e far fruttificare; ma quando l’Apostolo parla di un “lassù”, ci richiama alla realtà dell’uomo nuovo quale siamo diventati in Cristo, e ci richiama al dono dello Spirito che vive in noi se lo invochiamo e lo desideriamo; Spirito che ci comunica la grazia, la stessa vita divina, che per ora è velata, “nascosta in Cristo”, ma un giorno sarà pienamente svelata, conosciuta e goduta, quando avremo valicato il limite del tempo e saremo pienamente e definitivamente uniti al Padre, in Cristo nostra vera ed unica ricchezza.

sr Maria Giuseppina Pisano o.p.

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