XXV Domenica TO – La furbizia del discepolo

La pericope evangelica di questa domenica risulta di una parabola di Gesù (vv. 1-8) e di alcune parole radu­nate da Luca a modo di applicazione. In tutto il capitolo 16 – ad eccezione di una parola sulla legge (vv. 16-17) e di una parola sul divorzio (v. 18) – Luca sviluppa il tema dell’uso cristiano della ricchezza.

Il punto centrale della parabola del fattore disonesto e astuto è espressa nella conclusione della parabola stessa (v. 8): «I figli di questo modo sono scaltri più dei figli della luce». Il tratto essenziale è l’accortezza del­l’amministratore, la sua pronta decisione e la sua lungimiranza. A Gesù non interessa il modo preciso con cui il fattore ha risolto il suo problema, bensì la risolutezza con la quale ha cercato di mettere al sicuro il proprio futuro. Coloro che appartengono alla luce non dovrebbero, evidentemente per i loro scopi e secondo una lo­gica completamente diversa, avere la stessa prontezza, la stessa decisione e la stessa furbizia? Gesù vor­rebbe che i discepoli, a proposito del Regno, avessero la stessa risolutezza che il fattore ebbe per sé. Il fat­tore fu astuto nel conservare se stesso, il discepolo sia altrettanto astuto nello spendersi per il Regno. Certo il fattore e il discepolo appartengono a due logiche diverse, il primo a quella del mondo e il secondo a quella del Regno. Nulla in comune fra i due. Tuttavia il discepolo impari dal fattore la furbizia.Luca non si accontenta della parabola, ma l’attualizza applicandola a un caso concreto: l’uso delle ricchezze. In che modo il discepolo deve, di fronte ai beni terreni, mostrarsi furbo, risoluto e lungimirante come il fattore? La risposta è contenuta nel v. 9: «Ebbene, io vi dico: procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne». La furbizia consiste nel procurarci degli amici che ci accolgano in casa propria. Secondo molti commentatori gli amici, che sono in grado di ac­coglierci nelle dimore eterne, sono i «poveri».

Non senza sorpresa, Luca poi chiama «disonesta» la ricchezza (vv. 9.11). Perché disonesta? Forse perché a volte è frutto di ingiustizia e perché, forse più spesso, diventa strumento di ingiustizia e di oppressione. Ma, forse, c’è un’altra possibile ragione per cui la ricchezza può dirsi disonesta: non soltanto perché a volte ingiu­sta nella sua origine e nel suo uso, ma perché ingannevole nel suo profondo: promette e non mantiene, invi­ta l’uomo a porre in essa la propria fiducia e poi lo delude. Questo spunto è confermato dall’uso del vocabolo «mammona», che significa «ciò in cui si pone la propria fiducia».

don Bruno Maggioni

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