XXVII Domenica TO

Come il granellino di senapa, avere fede significa affidarsi completamente a Dio

I discepoli chiedono a Gesù: «Signore, aumenta la nostra fede» (v. 5). Qual è il motivo che spinge i discepoli a formulare questa richiesta e, soprattutto, di quale fede si tratta? Non c’è dubbio: sono le richieste radicali di Gesù a far nascere nei discepoli la domanda sulla fede. Gesù esige ad esempio, come detto nel passo im­mediatamente precedente, «un perdono senza misura» (17,3-4).

Di fronte a tale richiesta in vista della sequela il discepolo scopre la pochezza della propria fede, la sua inca­pacità a capire la validità di un simile discorso e soprattutto la sua incapacità a tradurle in vita concreta. In realtà, afferma Gesù, di fede non ne occorre tanta come a volte si pensa, ne basta poca, purché autentica. Il paragone è vivacissimo: il gelso è saldamente abbarbicato alla terra e neppure le tempeste riescono a sradi­carlo. Ebbene, un briciolo di fede può sradicarlo.

La fede è un affidarsi totalmente a Dio, l’accettazione di un progetto calcolato sulle possibilità di Dio e non sulle nostre. Non si misurano più le possibilità a partire da noi, ma partire dall’amore di Dio verso di noi. Dopo l’insegnamento sulla forza della fede (ne basta un briciolo per sradicare un albero), ecco una parabola (vv. 7-10) che non è certo priva, a prima vista, di risvolti irritanti. Forse che Dio si comporta come certi padro­ni incontentabili, che sempre chiedono e pretendono, e non danno un attimo di pace ai loro servitori?

Ma la piccola parabola " e forse più che di una parabola si può parlare di un paragone " non intende descri­verci i comportamenti di Dio verso l’uomo, bensì indicare come deve essere il comportamento dell’uomo ver­so Dio: un comportamento di totale disponibilità, senza calcoli, senza pretese. Non si entra a servizio del Vangelo con lo spirito del salariato: tanto di lavoro e tanto di paga, nulla di più e nulla di meno. Molti servitori di Dio (ma lo sono davvero?) sembrano concepire il loro rapporto con Dio come un contratto: prestazione per prestazione, io ti do tanto in obbedienza e servizio e tu mi devi tanto in premio. Gesù vuole che i suoi disce­poli affrontino coraggiosamente e in piena disponibilità, le esigenze del Regno, con spirito completamente di­verso, con spirito di gioia e di gratitudine. Dopo una giornata piena di lavoro, non dire «ho finito», e non ac­campare diritti: non vantartene e non fare confronti con gli altri. Dì semplicemente: ho fatto il mio dovere. Non si tratta di dire sono «un servo inutile», come molte traduzioni fanno. Il tuo lavoro in realtà è stato utile. Si tratta invece di dire: sono semplicemente un servo.

Don Bruno Maggioni

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