XXVIII Domenica TO – Nella fede la nostra salvezza

«Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!»; son queste le parole che Gesù rivolge all’unico dei dieci lebbrosi che, mentre attraversavano a il territorio tra la Galilea e la Samaria, gridavano a lui per esser guariti; e lo furono, mentre andavano a presentarsi ai sacerdoti, ma uno solo tornò indietro verso chi lo aveva liberato da quella che non solo era una malattia ma era anche una condanna sociale e morale.

Oggi la chiamiamo lebbra, col nome dato dal medico Gerard Hansen che, solo nel 1871, ne scoprì la causa; ma per un lunghissimo tempo quella parola “lebbra” suonava come una terribile condanna; infatti era uno spettro orribile, che non solo logorava le membra e deturpava volti e corpi ma, a causa del contagio, esigeva si rispettassero delle norme di isolamento molto severe, norme che finivano per allontanare completamente da qualunque nucleo sociale chi ne fosse portatore; basti, a questo proposito, rileggere i capitoli 13 e 14 del Levitico per avere un’idea di come fosse costretto a vivere un lebbroso.A questo, dobbiamo poi aggiungere che, per la sua gravità e la devastazione che procurava, questa malattia divenne presto simbolo del male, segno di delitti e peccati che Dio inesorabilmente punisce; segno di impurità morale, a causa della quale la persona non poteva più aver contatti con gli altri.La lebbra non faceva sconti perché, anche se colpiva in prevalenza i poveri, neppure i ricchi e i potenti ne erano al riparo; e oggi la Scrittura ci parla di Naaman, un generale siro, colpito anch’egli dalla lebbra, dalla quale cerca disperatamente di guarire; la sua ricerca diventa, in realtà, cammino verso la luce, un percorso faticoso e umiliante, ma che approda, infine, alla conversione, alla fede entusiasta nel vero Dio.

Dunque, il valoroso comandante del re di Aram, fu colpito dalla lebbra; e fu una giovane israelita, rapita alla sua gente durante una razzia ed entrata al servizio della moglie di Naaman, a suggerire all’ufficiale del re di recarsi in Samaria per consultare il profeta Eliseo, sicura che l’uomo di Dio lo avrebbe liberato da quel terribile male.

Non fu facile per Naaman seguire il consiglio della fanciulla ebrea, piegarsi alle parole di una serva; tanto meno, una volta incontrato il profeta, fu semplice accettare l’ordine da lui dato attraverso un servo di immergersi sette volte nel fiume Giordano, un piccolo corso d’acqua, che niente aveva a che fare con i meravigliosi fiumi di Damasco; tuttavia, superando la diffidenza e l’umiliazione, l’ufficiale siro “scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Eliseo e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra…”.

Naaman era guarito nel corpo ma, quel che più conta, i suoi occhi si erano aperti alla visione della verità perché aveva incontrato il Dio che salva. Ripresentandosi al profeta disse: “Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele…»; e ad Eliseo che rifiutava una ricompensa replicò: «Sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore»; ed ecco che, nelle parole di questo straniero, risuona un’altissima professione di fede. Quelle di Naaman, infatti, sono parole che si fanno annuncio di verità, la cui eco ancora dura.

Di un’altra conversione, attraverso il duro percorso della sofferenza, ci parla anche il Vangelo nel racconto della guarigione dei dieci lebbrosi, icona del dolore, dell’ingiustizia, dell’emarginazione.

In quel tempo i lebbrosi erano persone ormai prive di dignità e anche di identità, per quella loro condizione di emarginati, e non solo per ragioni di igiene e di prudenza; quel simbolo del peccato che era la lebbra li qualificava, infatti, come esseri moralmente impuri, uomini o donne puniti da Dio e perciò da tenere lontani.

Sarà Cristo a smontare questa mentalità falsa, sia nei confronti di Dio, il Dio che salva, come nei riguardi della malattia: non un castigo, ma un evento che, per quanto terribile e doloroso, è inevitabilmente legato alla fragilità creaturale e può diventare via di salvezza per chi ha fede in Dio, per chi, nel suo travagliato cammino, incontra il Cristo che libera e salva.Dunque, Gesù, in cammino verso Gerusalemme, entrando in un villaggio del territorio tra la Samaria e la Galilea, vede venirgli incontro un gruppetto di uomini che grida da lontano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!»; essi sanno di non potersi avvicinare ma sanno anche che quel rabbi opera prodigi e risana i malati; e Gesù accoglie il loro grido; infatti il Figlio di Dio è il segno visibile della misericordia del Padre che strappa l’uomo dalla sofferenza, sia essa fisica o morale, che consola e risolleva dall’umiliazione e infrange i pregiudizi degli uomini, per ridare, a chi soffre, serenità, gioia, e una vita degna di esser vissuta. Il testo continua: “Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti; e, mentre essi andavano, furono purificati.”; nessun gesto, solo poche parole e i dieci sono risanati, restituiti alla loro vita di sempre, liberati da quella malattia che decompone il corpo ancora in vita, liberati dall’emarginazione, liberati dal pregiudizio dell’impurità morale che faceva di loro dei condannati dalla giustizia divina.

I lebbrosi di cui Luca ci parla sono dieci, forse un numero simbolico, o forse un numero reale; ma di questi dieci uno solo è toccato profondamente dal dono di Cristo: si sente guarito, sperimenta una gioia nuova, una vitalità nuova, e torna indietro, questa volta per rendere grazie a colui che ha accolto il suo grido e lo ha risanato; anche questa volta è uno straniero: un Samaritano.Il passo del Vangelo così conclude: “Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».”

Gesù non parla di salute fisica, rivolgendosi a questo samaritano tornato da lui, ma parla di salvezza, quella salvezza che viene dalla fede; infatti il samaritano non torna indietro a ringraziare il guaritore, ma a render grazie a Dio che, nel Cristo, lo ha salvato nel corpo e nello spirito: “tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo.”Il samaritano, risanato nel corpo e totalmente liberato e rinnovato nello spirito, ha sperimentato la salvezza per opera del Cristo; ha raggiunto la fede, quella fede che non conosce barriere, infatti nessun uomo è straniero agli occhi di Dio perché ogni uomo è un figlio che ha in sè l’immagine del Padre, che niente può distruggere e che Gesù ha riportato, col suo sacrificio e la sua parola, allo splendore originario. La liturgia della Parola di questa domenica ci offre un richiamo forte, non solo ad occuparci di chi soffre, ma a riflettere sul dono grande della fede, da accogliere con cuore umile e generoso, da coltivare con assiduità e passione per crescere nella conoscenza e nell’amore di Dio e così saper amare concretamente gli uomini, sopratutto coloro che soffrono e si sentono stranieri perché poveri ed emarginati. .

sr Maria Giuseppina Pisano o.p.

 

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6 thoughts on “XXVIII Domenica TO – Nella fede la nostra salvezza

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