XXX Domenica TO – Sull’esempio del pubblicano l’uomo sa di aver sempre bisogno del perdono di Dio

La parabola parla della preghiera ma, in realtà, è in gioco il modo di concepire l’esistenza in rapporto con Dio: la preghiera è rivelatrice di qualcosa che va oltre la preghiera stessa. Di conseguenza, ciò che va rad­drizzato non è anzitutto la preghiera (essa è semplicemente frutto di qualcosa che la precede), bensì il modo di concepire Dio e la sua salvezza, se stessi e il prossimo.

La parabola del fariseo e del pubblicano (18,9-11) presenta due protagonisti, ciascuno dei quali incarna un modo diverso di porsi di fronte a Dio e al prossimo. Il fariseo osserva scrupolosamente le pratiche della sua religione, e ha molto spirito di sacrificio. Non si accontenta dello stretto necessario, ma fa di più. Non digiuna soltanto un giorno alla settimana, come prescriveva la legge, ma due. È vero, dunque, che egli osserva tutte le prescrizioni della legge, il suo torto non sta nell’ipocrisia. Il suo torto sta nella fiducia nella propria giustizia. Si ritiene in credito presso Dio: non attende la sua misericordia, non attende la salvezza come un dono, ma piuttosto come un premio doveroso per il dovere compiuto. Dice: «O Dio, ti ringrazio”», facendo in tal modo risaltare a Dio la propria giustizia, ma questa consapevolezza di una originaria dipendenza da Dio viene per­sa lungo la strada. Tanto è vero che egli ” a parte quel «ti ringrazio» detto all’inizio ” non prega: non guarda a Dio, non si confronta con Lui, non attende nulla da Lui, né gli chiede nulla. Si concentra su di sé e si confron­ta con gli altri, giudicandoli duramente. In questo suo atteggiamento non c’è nulla della preghiera. Non chie­de nulla, e Dio non gli dà nulla.Anche un pubblicano sale al tempio a pregare, e il suo atteggiamento è esattamente l’opposto di quello del fariseo. Si ferma a distanza, si batte il petto e dice: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Dice la verità: è al soldo dei romani invasori ed è esoso nell’esigere i tributi: è certamente un peccatore. La sua umiltà non con­siste nell’abbassarsi: la sua posizione è, infatti, certamente quella che egli descrive, come anche l’osservan­za del fariseo era reale. Ma è consapevole di essere peccatore, si sente bisognoso di cambiamento e, so­prattutto, sa di non poter pretendere nulla da Dio. Non ha nulla da vantare, non ha nulla da pretendere. Può solo chiedere. Conta su Dio, non su se stesso. La conclusione è chiara e semplice: l’unico modo corretto di mettersi di fronte a Dio ” nella preghiera e, ancor prima, nella vita ” è quello di sentirsi costantemente biso­gnosi del suo perdono e del suo amore. Le opere buone le dobbiamo fare, ma non è il caso di vantarle. Come pure non è il caso di fare confronti con gli altri.

Don Bruno Maggioni

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