I Avvento – Saper vigilare: il dono dei profeti di oggi

Le prime comunità cristiane vivevano nella fede del Cristo venuto e, insieme, nella certezza del suo ritorno. Lo scenario, dentro il quale veniva descritto il ritorno del Signore, è assai vario: si tratta sostanzialmente di un linguaggio, di fronte al quale le comunità si sentivano libere. Per comprendere pienamente la ragione e le modalità dell’attesa del Signore (alle volte persino impaziente) è bene partire da un’esperienza che i primi cristiani vivevano profondamente. Il Signore è già venuto ed è morto per noi, ma la storia sembra continuare come prima: ancora l’ingiustizia, la sopraffazione, la dimenticanza di Dio, il peccato. Da qui un modo cristiano originale di vivere nella storia: con un atteggiamento di vigilanza, fatto insieme di attesa e di impegno.

«Vigilate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà», così scrive Matteo (24,43). Qui vigilare non significa, come invece abitualmente nel mondo greco, lo svegliarsi per raccogliere tutte le proprie forze e per trovare in se stessi tutto il coraggio possibile, ma è uno svegliarsi per confidare in Dio e per aggrapparsi a Lui. Vigilare non è un rientrare in se stessi ma un uscire da sé per abbandonarsi al Dio. Si comprende come la parola vigilanza non dica direttamente qualcosa da fare, ma un modo di vivere e di guardare. Non si sa quando il padrone torna, e perciò non si può programmare né l’imminenza né il ritardo, come invece ha fatto il maggiordomo infedele che – contando sul ritardo della venuta del Signore – cominciò a «percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi» (Mt 24,49). Qui sembra che l’assenza di vigilanza si segnali per due caratteristiche: una vita godereccia e il far da padrone sugli altri uomini.

Qualche indicazione in più per comprendere meglio la vigilanza intesa dal Vangelo viene suggerita da alcuni termini che normalmente l’accompagnano. Per esempio, l’imperativo «guardate»: si tratta di guardare con attenzione, con concentrazione, senza lasciarsi distrarre. Vigilare è rimanere fermi nella parola del Signore, senza impazienze illusorie, senza dare ascolto a falsi profeti, persino senza lasciarsi incantare da «segni e portenti». L’imperativo del guardare con attenzione può comprendere anche la lucidità di non lasciarsi incantare dalla grandezza delle costruzioni dell’uomo, fossero pure costruzioni religiose! L’uomo vigile ne coglie la caducità: ai discepoli entusiasti della grandezza del tempio, Gesù ribatte che non resterà pietra su pietra.

Il Vangelo di Matteo suggerisce che la distrazione che distoglie dalla vigilanza non è necessariamente il piacere smodato, o la neghittosità, ma può essere anche il vivere senza sospetto. Come al tempo di Noè si mangia e si beve, si prende moglie e marito, senza accorgersi che il diluvio è imminente (Mt 24,38-39). Le troppe cose, anche se di per sé oneste, possono distrarre dalla questione fondamentale, sia nel senso di non rendere più avvertibile la venuta del Signore, sia nel senso di non accorgersi più del giudizio che è in atto nella storia e nella vita. Completamente immersi nelle preoccupazioni quotidiane si vive ignari del giudizio di Dio che incombe, persino senza avvertire che il mondo sta percorrendo una strada sbagliata.

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