II Avvento – Quel grido della conversione

Giovanni Battista compare sulla scena del vangelo improvvisamente. Il suo compito è di «preparare la via al Signore», annunciandone la venuta imminente. Si presenta come un asceta del deserto, con indosso ruvide vesti e una cintura di pelle attorno ai fianchi. Ma non invita gli uomini a divenire asceti come lui. Preparare la strada al Signore è altra cosa. Ecco come il Battista la esprime: «Convertitevi, perché il Regno di Dio è vicino… Non credete di poter dire fra voi: abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo anche da queste pietre. La scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato». Dunque, due sono soprattutto le cose che Giovanni ritiene urgenti: convertirsi e non cullarsi in una illusoria sicurezza.

Convertirsi è una parola che dice il cambiamento della mente e del comportamento. Non soltanto un cambiamento morale, nei comportamenti, ma un cambiamento teologico, un modo nuovo di pensare Dio. Le caratteristiche, che accompagnano sempre la conversione evangelica, sono almeno tre. La prima è la radicalità. La conversione non è un cambiamento esteriore o parziale, ma un riorientamento di tutto l’essere dell’uomo. Per Gesù si tratta di un vero e proprio passaggio dall’egoismo all’amore, dalla difesa di sé al dono di sé; un passaggio talmente rinnovatore da essere incompatibile con le vecchie strutture (mentali, religiose e sociali), come il vino nuovo non si può porre nelle vecchie botti.

Una seconda nota della conversione evangelica è la religiosità: non è confrontandosi con se stesso che l’uomo scopre la misura e la direzione del proprio mutamento, bensì riferendosi al progetto di Dio. E il primo movimento non è quello dell’uomo verso Dio, bensì quello di Dio verso l’uomo: è un movimento di grazia che rende possibile il cambiamento dell’uomo e ne offre il modello. La terza caratteristica, è la profonda umanità della conversione evangelica: convertirsi significa tornare a casa, un ricupero di umanità, un ritrovare la propria identità. Convertendosi l’uomo non si perde, ma si ritrova, liberandosi dalle alienazioni che lo distruggono. Ma c’è un secondo avvertimento nelle parole del Battista: il fatto di appartenere al popolo di Abramo non è una ragione per ritenersi al sicuro dal giudizio imminente (la scure è già posta alla radice degli alberi). Non è la razza che conta, né la semplice appartenenza istituzionale a questo o a quello, ma la fede. Non bisogna cullarsi in una facile e scontata sicurezza. La salvezza non è un fatto scontato per nessuno.

Anche il giusto deve convertirsi e uscire dalla propria visione particolaristica. I figli di Dio sono di qua e di là. Dio può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre, cioè dovunque. Anche le due prime letture proposte dalla liturgia possono offrirci due indicazioni concrete del cambiamento che è necessario per prepararsi alla venuta del Signore. Isaia (prima lettura) sogna un germoglio nuovo di umanità, che «non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese» (Is 1,3-4). E Paolo, più lapidario: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi» (Rm 15,7).

Don Bruno Maggioni

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